COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 4.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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22. I mostri del mare.
23. Le impronte del diavolo.
24. Il mistero della Mary Celeste.
25. Il Libro di Oera Linda.
26. Il mistero di Glozel.
27. Il “popolo del segreto”.
28. Rennes-le-Chàteau.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 22.
I MOSTRI DEL MARE.

Misteriosi giganti degli abissi.
Il 10 ottobre del 1848 il londinese «Times» riportava la seguente notizia:
«Si è saputo che quando la fregata Daedalus del capitano M'Quhae, giunta in
porto il 4 corrente, è venuta a trovarsi nel passaggio di mare delle Indie
Orientali fra il Capo di Buona Speranza e Sant'Elena, attorno alle quattro del
pomeriggio, il capitano, alcuni ufficiali e parte dell'equipaggio hanno avvistato
un serpente di mare».
Il breve articolo aveva scatenato una vera e propria pioggia di lettere di sedicenti
uomini di mare che, indignati, affermavano che un quotidiano serio
non avrebbe mai dovuto riportare simili “baggianate”. Opposta e totalmente
diversa era stata invece la risposta della gente, dei lettori comuni, che erano
rimasti affascinati dal fatto, frattanto immediatamente rimbalzato anche su
altre testate. In fretta e furia l'Ammiragliato aveva indetto una conferenza
stampa al fine di vederci chiaro e aveva subito disposto un'inchiesta.
La prima cosa era stata ovviamente quella di sentire il testimone principale,
il capitano Peter M'Quhae, per vedere di chiarire la storia. Fra l'evidente imbarazzo
dell'ammiraglio Sir W. Gage, a cui era stata affidata la responsabilità
degli accertamenti, il capitano aveva replicato che, malgrado qualche irrilevante
inesattezza, il racconto comparso sul giornale non si discostava da
quella che era stata la realtà: avevano davvero visto un mostro marino. Il fatto
era stato registrato nel diario di bordo e sin da subito si era stabilito di rendere
noto l'avvistamento ai mezzi di diffusione delle notizie.
Ecco, in sintesi, come erano andate le cose. Verso le cinque del 6 agosto
1848, mentre la Daedalus si trovava fra il Capo di Buona Speranza e l'isola
di Sant'Elena, un guardiamarina aveva segnalato a prua una sconosciuta creatura
marina accompagnare la nave per un certo tratto. La maggior parte dell'equipaggio
stava cenando in coperta. Sul ponte c'erano soltanto sette persone,
fra cui il capitano, l'ufficiale di quarto e quello di rotta. Tutti avevano
avuto modo di osservare quello che il capitano M'Quhae aveva definito un
“serpente enorme” - di non meno 30 m di lunghezza - che nuotava in parallelo
con la fregata, in apparenza ignaro della sua vicinanza. Secondo il capitano,
l'essere viaggiava a una velocità compresa fra 12 e 15 miglia orarie ed
era rimasto nel loro raggio di osservazione per non meno di venti minuti. Anche
se il pomeriggio era piovigginoso e un po' uggioso, l'atmosfera era sufficientemente
tersa per poter vedere con chiarezza, al punto che nel corso
della testimonianza aveva puntualizzato: «Si fosse trattato di qualcuno di mia
conoscenza, non avrei avuto esitazione a riconoscerlo tranquillamente a occhio
nudo».
Il mostro aveva una testa serpentina larga e grossa, sorretta da un collo di
una quarantina di centimetri, con un corpo che si snodava in circa 18 m di
gobbe serpentine che increspavano la superficie dell'acqua. Il colore, uniforme,
era marrone scuro, fatta eccezione per la parte sotto la gola che era di un
bianco giallastro.
Stando a M'Quhae l'animale avanzava senza alcuno sforzo, senza l'ausilio di
pinne e neppure della spinta derivata dal moto ondulatorio del corpo, tipico
dei serpenti e delle anguille. La cosa poteva forse spiegarsi con la presenza
lungo il corpo dell'animale di alghe marine, capaci di nascondere pinne propulsive.
Mai il serpente era stato visto aprire la bocca e mostrare una «mascella
irta di denti aguzzi», come invece era stato riportato nell'articolo del
«Times». Tutti i testimoni erano concordi nel riconoscere che certamente lo
strano essere non era spaventato, sebbene sembrasse procedere con una tale
speditezza da dare ad intendere di stare seguendo qualcosa. Il capitano si era
affrettato a farne uno schizzo che aveva presentato all'inchiesta, convertendolo
poi in una grande raffigurazione dettagliata a corredo della sua descrizione
orale.
Per guadagnare credito, l'Ammiragliato non solo aveva chiuso l'inchiesta
celermente, ma aveva tenuto a diramare immediatamente il rapporto conclusivo,
per placare la controversia nata fra la gente. Il 13 ottobre la relazione
compariva già sui giornali e quindici giorni dopo l'«Illustrated London
News» pubblicava il resoconto dell'avvistamento corredato di alcuni disegni,
ottenuti dalle indicazioni di M'Quhae, in cui si vedevano la fregata e il mostro
marino procedere insieme in mezzo alle onde. In breve il caso era diventato
questione all'ordine del giorno e aveva infiammato non pochi accesi momenti
di discussione un po' ovunque.
I restanti sei testimoni citati dal capitano non fecero che confermare il suo
racconto, anche se esistevano senz'altro alcune discrepanze. La rivista «Zoo-
logist» pubblicò una sintesi del giorno dell'avvistamento estratta dal giornale
di bordo dell'ufficiale di quarto, il luogotenente Edgar Drummond. Questi,
per esempio, aveva valutato in circa 3 m la lunghezza della testa del mostro,
senza dubbio troppo grande per poter essere sorretta da un collo di non più
di 40 cm di diametro. Per lui il corpo non era più lungo di 6 m e pur ricordando
che il capitano aveva detto di averne osservati almeno altrettanti di coda,
non si arrivava comunque ai 20 m della descrizione di M'Quhae.
Drummond, inoltre, non pensava che il dorso dell'animale fosse incrostato di alghe,
ma era più propenso a credere che fosse percorso da una unica, lunga
pinna fluttuante.
Ce n'era abbastanza affinché gli scettici soffiassero sul fuoco della incoerenza
delle testimonianze e quindi della loro scarsa attendibilità; altri, con più
delicatezza, senza mettere in forse la buona fede dei testimoni, si interrogavano
piuttosto sulla bontà della loro vista. Un lettore aveva scritto al «Times»
pregando di girare al capitano la sua domanda: come mai non aveva dato ordine
ai suoi uomini di dare la caccia al favoloso mostro? Mentre un
altro ancora si domandava, ma in tono più faceto che serio,
perché non gli avessero sparato contro una bella bordata.
Un contributo senz'altro più costruttivo al dibattito venne da una lettera
pubblicata sulla «Literary Gazette», nella quale si ricordava che forse il mostro
avvistato dagli uomini della Daedalus poteva corrispondere al serpente
di mare descritto dal vescovo danese Pontopiddan nel suo importante trattato
di zoologia dal titolo A Natural History ofNorway del 1753. Si leggeva, fra
l'altro: «Può darsi che il prode capitano abbia letto il libro dello zoologo danese,
se ne sia rammentato e abbia fantasticato sulla visione di un mostro
analogo, dal momento che la descrizione è pressoché identica: dal colore bruno
scuro al candore della parte del corpo sotto la gola, al lungo collo e al dorso
ricoperti da una sorta di peluria simile alla criniera di un cavallo». Malgrado
le accuse, il capitano M'Quhae preferì sempre mantenere un dignitoso
silenzio. Per smuoverlo dalla sua apatia era stato necessario l'intervento di
uno dei grandi esperti uomini di scienza europei.
Si trattava di Sir Richard Owen curatore dell'Hunterian Museum. Anatomista
esimio, naturalista e paleontologo, il quale, ad un tratto, si era messo alla
testa della crociata dei contestatori contro l'avvistamento della Daedalus. Per
molti Owen era reputato il più grande zoologo vivente. Conservatore fino al
midollo, sarebbe diventato da lì a poco uno dei più violenti oppositori della
nuova teoria evoluzionistica proposta da Darwin.
Il primo affondo Owen lo mise a segno inviando al «Times» la copia di una
lunga lettera da lui scritta ad un amico, il quale gli aveva chiesto se, ammessa
la verità dell'avvistamento, il mostro non potesse per caso esser un esemplare
sopravvissuto dell'era dei grandi sauri, l'ipotesi più sovente ricordata
nelle varie diatribe in merito. Per Owen il capitano M'Quhae aveva soltanto
immaginato che l'animale fosse un serpente marino, perché in realtà non possedeva
alcuna conoscenza scientifica, tanto meno biologica, e avrebbe dovuto
lasciare le deduzioni agli studiosi. Poi, il luminare giungeva a concludere
che doveva trattarsi di un mammifero e, dal momento che era convinto che si
stava parlando di un animale già ben noto agli zoologi, aveva citato la Phoca
proboscidea detta anche elefante marino. (Il livello di preparazione e conoscenza
posseduto da Owen in merito ai serpenti di mare si può ben valutare
dalla sua affermazione secondo la quale capitava spesso che navi in mare
aperto fossero seguite dagli alligatori; informazione del tutto impropria, dal
momento che questi rettili non sono bravi nuotatori, tanto da disdegnare persino
le turbolenze delle acque fluviali).
In effetti, però, l'elefante di mare, che altro non è che una foca gigantesca,
può raggiungere anche i 6 m di lunghezza e vive nei mari lungo le coste antartiche.
Secondo Owen, un esemplare di questa creatura era rimasto isolato
su di un grande lastrone di ghiaccio, sul quale era riuscito a sopravvivere per
qualche tempo, poi, una volta che l'iceberg si era sciolto, si era trovato costretto
a nuotare in mare aperto fino a che le forze lo avevano assistito. Forse,
quando si era incrociato con la fregata del capitano M'Quhae l'animale
stava morendo e questo avrebbe giustificato la sua scarsa attenzione nei confronti
della nave. Quello che il capitano aveva scambiato per una lunga parte
sommersa dell'animale altro non erano che le increspature provocate nell'acqua
dal movimento orizzontale della possente coda della bestia che si dipartivano
in linea retta dietro il corpo. Infine, quella che era stata scambiata per
una sorta di cresta pinnata non sarebbe stato altro che il tipico corredo di queste
foche giganti, una specie di folta criniera da cui appunto il nome di leoni
di mare. Owen, dunque, negava con assoluta certezza l'esistenza di serpenti
di mare, fondando la sua osservazione sul fatto che, dopo tutto, la scienza
non ne aveva mai avuto sentore né prove e chiudeva la lettera dicendo: «Se
valutiamo le testimonianze, ebbene, allora è più facile che esistano i fantasmi
che non i serpenti di mare».
Rivolgendosi al «Times», M'Quhae aveva risposto in tono stizzoso ma deciso
che la creatura da lui vista quel giorno non era un leone di mare, animale
che ben conosceva, e neppure un qualsiasi altro tipo di foca. In qualità di
marinaio esperto, poi, era in grado di valutare la differenza fra una semplice
turbolenza e il concreto passaggio in acqua di un corpo solido. Infine, precisava
non solo di non avere mai letto il libro del vescovo Pontopiddan
ma di averne sentito parlare solo a seguito della lettera comparsa sulla «Literary
Gazette» e che dunque quella narrazione non aveva potuto in alcun modo
influenzare la sua descrizione del mostro.
Infine, M'Quhae chiudeva la sua lettera dichiarando che non era affatto vero
che fra i testimoni fosse scoppiata una grande eccitazione, né poteva in alcun
modo essersi trattato di un avvistamento frutto di illusione ottica. La sua
testimonianza doveva essere intesa per quello che era veramente, vale a dire
«la singolare, fortunata opportunità di essere entrato in contatto con il “grande
ignoto”, certamente comunque da non identificare con un fantasma». Questa
lettera costituì l'ultima parola del capitano sulla faccenda ed il tono era
quello di un uomo stanco da morire per il trascinarsi di una polemica assurda
che lo aveva letteralmente sfiancato.
A dieci anni di distanza da questi fatti, il capitano Frederic Smith aveva
scritto al «Times» raccontando il presunto avvistamento di un serpente di
mare fatto dalla sua nave, la Pekin. Il mostro aveva «testa e collo possenti,
coperti da una peluria folta, simile alla criniera di un cavallo». In realtà, l'animale
si era poi rivelato essere una lunga striscia di alghe marine brunite,
ondeggianti nell'acqua. La lettera terminava azzardando che quasi certamente
anche il caso della Daedalus avrebbe potuto avere questa spiegazione.
Pronta era arrivata la puntualizzazione di uno dei testimoni che quel giorno si
trovavano sul ponte della Daedalus. Con fermezza si precisava, ancora una
volta, che «il serpente, al di là di ogni possibile dubbio, era un essere vivente,
che procedeva rapidamente nell'acqua». L'osservazione non era stata solo
ravvicinata, ma anche prolungata. Di nuovo, i dettagli ricordati erano troppi
e puntuali per dar adito a dubbi.
Alla fine della storia, era stato l'Ammiragliato a dare un piccolo segno di
apertura, inserendo il rapporto del capitano M'Quhae e i resoconti dell'avvistamento
nell'archivio ufficiale della Marina, primo caso ad avere tanto
onore.
In verità, ancor prima del 1848 si contavano già dozzine di testimonianze
relative agli avvistamenti di serpenti di mare. Nel suo libro In thè Wake of thè
Sea Serpents (1968) il ricercatore Bernard Huevelmans elenca 150 casi, compresi
fra il 1639 e il 1848. Il caso risalente al 1639 è di seconda mano, ma disponiamo
di molti altri estremamente dettagliati, proprio come quello del capitano
M'Quhae. Per esempio, il racconto del capitano George Little, della
fregata Boston. Nel maggio del 1740, mentre stava navigando nei pressi di
Broad Bay, al largo del Maine «vidi un grande serpente che stava provenendo
dalla baia, proprio sul pelo dell'acqua». Una lancia piena di uomini armati
era stata subito calata in acqua per osservarlo più da vicino, ma «dopo neppure
una trentina di metri... il serpente si era inabissato. Poteva misurare dai
13 ai 15 m; mentre la sezione più grande del corpo era di circa 40 cm; la testa
grande come quella di un uomo, che l'animale teneva di un paio di metri
fuori dall'acqua. A vedersi sembrava, in tutto e per tutto, un gigantesco serpente
nero».
I casi citati da Huevelmans fra il 1639 e il 1966 arrivano al bel numero di
587. Uno dei più interessanti risalente al 1966 ebbe come testimoni due inglesi,
John Ridgeway e Chay Blyth. Nel libro A Fighting Chance, Ridgeway
annota:
Ricordo che venni svegliato completamente da un rumore che proveniva da prua. Scattato
in piedi, mi ero affacciato dal ponte per vedere di che si trattava ed avevo così potuto
scorgere il fremente ondeggiare di una grossa creatura. La potevo scorgere assai bene
grazie al fenomeno della fluorescenza marina, come se attaccato al corpo si portasse dietro
delle lampade al neon che ne tracciavano la traiettoria. Era enorme, certamente più di
dieci metri e si dirigeva verso di noi velocemente... puntava proprio diritto verso di me,
ma appena prima di avvicinarsi troppo era scomparso... La sua apparizione mi aveva
completamente raggelato di terrore.
Huevelmans chiude il capitolo e la rassegna dei casi ricordando il resoconto
di due turisti inglesi che nei pressi di Skegness, nell'Inghilterra orientale,
si erano imbattuti in un essere «simile al mostro di Loch Ness», osservato a
non più di 100 m dalla spiaggia: «Aveva la testa simile a quella di un serpente
e il corpo si snodava in sei o sette ampie gibbosità».
Poi prosegue citando Sir Arthur Conan Doyle, per il quale se un uomo sostiene
di aver abbattuto un okapi in Africa, non viene creduto; ma se la stessa
cosa la dicono cinquanta uomini, «diventa decisamente più convincente».
Così 587 avvistamenti - anche se alcuni sono stati sconfessati come falsi e
burle - non c'è dubbio che costituiscono una base convincente piuttosto considerevole
per un fenomeno che vale senz'altro la pena di indagare.
Huevelmans, dunque, analizza i suoi casi, raggruppandoli in
sette diverse categorie:
le “super lontre”, dalla testa piatta e lunga e dal corpo simile a quello di una
lontra; i serpenti dalle molte gibbosità; i serpenti dalle molte pinne, con protuberanze
laterali; i cavalli di mare, creature con la criniera; i serpenti dal
lungo collo, dotati di un collo lungo e sottile, simili al preistorico diplodoco
e, infine, le “super anguille”, simili a giganteschi serpenti.
La settima categoria è una specie di sua invenzione, la «madre di tutte le tartarughe»
- dal momento che il mostro viene descritto come una gigantesca
testuggine - ma si tratta di una classificazione che alla fine Huevelmans
abbandona, perché poco credibile e dubbia. Le prime cinque classi parrebbero
essere mammiferi, la sesta, quella delle super anguille, pesci, considerati i resti
scheletrici.
Il vescovo Pontoppidan, che già abbiamo incontrato, non fu il primo a descrivere
il serpente di mare. Nel 1539 il vescovo svedese Olaf Mansson (il
cui nome latinizzato suona Olaus Magnus) pubblicò a Venezia una mappa
delle regioni del nord in cui erano raffigurati due mostri marini. E in un libro
dal titolo Storia dei Goti, degli Svedesi e dei Vandali edita nel 1555 sempre
Olaf descrive un serpente «lungo oltre 60 m e col corpo largo più di 6 m»
che viveva ben nascosto negli anfratti al largo di Bergen. Questa storia, unitamente
alle drammatiche descrizioni di giganteschi mostri marini che assalgono
e distruggono barche e navi, venne ereditata da tutti gli enciclopedisti
del tempo e tramandata di testo in testo. Due secoli dopo il
vescovo Pontoppidan dedicò un lungo, intero capitolo della sua
Storia naturale della Norvegia
ai mostri marini, citando il serpente di mare, il kraken, le sirene. A proposito
del serpente di mare, riporta la testimonianza diretta, di prima mano,
di un certo capitano Lorenz von Ferry, il quale, avvistata la creatura, aveva
dato ordine di inseguirla per osservarla da vicino. Ne era nata una descrizione
molto dettagliata, dove il mostro è presentato con la testa cavallina munita
di una folta criniera bianca, occhi scurissimi e molte placche rigonfie o
gibbosità, separate l'una dall'altra e molto accentuate (almeno un paio di
metri di altezza).
In merito al libro di Pontoppidan si deve riconoscere che, specie nel mondo
inglese, non è considerato una fonte attendibile. La traduzione del 1765 ha
provocato molti dubbi e il capitano (poi ammiraglio) Charles Douglas, che
aveva a cuore l'approfondimento dell'enigma, ebbe modo di scoprire che
molti dei testimoni citati non erano del tutto affidabili. Abbastanza curiosamente,
però, scoprì che mentre i popoli del nord, specie i Norvegesi, non esitano
a credere ciecamente nell'esistenza dei grandi “vermi del mare”, come
chiamano i serpenti marini, sono propensi invece a relegare il kraken, vale a
dire la piovra gigante, nel mondo dei miti. E tutto il mondo scientifico lo aveva
sempre ritenuto tale, fino a quando nel 1970 ci fu un cambiamento di rotta
e anche la piovra gigante è rientrata nel catalogo delle creature marine esistenti.
La leggenda del kraken - il polipo gigante che a volte attacca nuotatori,
navi e persino villaggi costieri - è antichissima e la si può far risalire sino
al tempo del latino Plinio, che descrive un polipo con tentacoli lunghi quasi
dieci metri, emerso dal mare per cibarsi dei pesci che alcuni pescatori stavano
salando, lungo la costa del villaggio spagnolo di Carteia. Il mostro era stato
ucciso solo dopo una terribile e strenua lotta. Oltre alla cultura romana, tutte
le altre in qualche modo legate al mare posseggono il mito del kraken, sottolineandone
la presunta esistenza nella realtà.
A confronto, il kraken ricordato da Pontoppidan sembra innocuo. Egli scrive
che alcuni pescatori locali avevano scoperto un luogo al largo della costa
norvegese in cui in certi periodi dell'anno il livello delle acque, normalmente
attestato attorno ai cento metri di profondità, scendeva in modo vistoso, fin
quasi a dimezzarsi diventando torbido e fangoso e al contempo pullulante di
pesci. A loro giudizio il fenomeno era dovuto alla presenza del kraken, una
piovra immensa, dalla circonferenza di oltre un miglio e mezzo, che destatasi
dal suo sonno oceanino attirava i pesci col richiamo dei suoi allettanti
escrementi. Il mostro era solito non procurare guai all'uomo, se solo si aveva
l'accortezza di starsene in osservazione sulla barca alla giusta distanza di
sicurezza. L'animale, infatti, dava segno di una grande inerzia e di massima
pigrizia: osservato da lontano, il suo corpo enorme sembrava un arcipelago di
piccole isolette interconnesse fra loro da una sostanza simile a strati di erbacce,
qua e là punteggiate da “corni”, protuberanze così evidenti da potersi
assimilare «a alberi maestri di navigli di medie dimensioni». Una volta terminato
il lauto banchetto, procurato dalla miriade di pesci accorsi al suo richiamo,
il kraken si rituffava negli abissi e la zona di mare tornava come prima.
Con la fine del XVIII secolo questo genere di creature vennero definitivamente
relegate nel mondo dei sogni, meglio, degli incubi di marinai e uomini
di mare. Ma, poco alla volta, il numero sempre crescente di avvistamenti
segnalati nel secolo successivo, specie al largo delle coste americane, fece
cambiare ancora una volta la rotta del giudizio scientifico, intaccando con vigore
lo scetticismo dei non credenti. Evidenti segni di gigantesche ventose
osservati dai biologi sul corpo delle grandi balene e la scoperta nel loro stomaco
di frammenti di lunghi tentacoli hanno chiarito, una volta per tutte, che
piovre e calamari giganti esistono per davvero.
Nel novembre del 1861 l'equipaggio della nave da caccia francese Alecton
ebbe modo di scorgere un calamaro gigante al largo di Tenerife ed era riuscito
ad arpionarlo. La creatura stava morendo e quindi non solo si era lasciata
avvicinare senza reagire, ma quando i marinai avevano tentato di issarla sul
ponte della nave si era spezzata in due tronconi. Il corpo era lungo più di otto
metri e l'orifizio orale largo circa mezzo metro. La parte recuperata era comunque
più che sufficiente a dimostrare l'esistenza dei polipi giganti, tanto
da poter trarre un meticoloso rapporto scientifico letto il 30 dicembre 1861
all'Accademia francese delle scienze. Anche davanti a questa testimonianza
lo zoologo Arthur Mangin aveva però espresso dei dubbi, chiedendosi come
mai la creatura non si era inabissata. Insomma, le sue confutazioni erano state
così insistenti e violente da convincere in pratica tutti i presenti che si stava
dibattendo un caso fasullo e che il rapporto non era credibile.
Sul finire degli anni Settanta del XIX secolo fece notizia la spiaggiatura sulle
coste del Newfoundland e del Labrador di un discreto numero di calamari
giganti. Era ovvio che, davanti a quelle prove viventi nessuno avrebbe più
potuto obiettare o muovere dubbi. Nel 1896 un corpo gigantesco, per quanto
mutilato, si arenò sulla spiaggia di St. Augustine, in Florida, fotografato ed
esaminato con attenzione dal dottor DeWitt Webb. Per rimorchiare in terraferma
le oltre sei o sette tonnellate della carcassa del misterioso mostro erano
occorsi quattro cavalli, sei uomini e un robusto paranco. Il giudizio degli
esperti parlò di una balena morta in decomposizione. Ma settantacinque anni
dopo, l'analisi scientifica e di laboratorio di un frammento conservato del
mostro, rivelò che in realtà si trattava di una piovra gigante
(non un calamaro) che poteva raggiungere la incredibile
lunghezza di quasi 60 m, una vera e
propria colossale creatura che avrebbe occupato una bella parte di Piccadilly
Circus o Times Square.
Per fortuna imbattersi in un gigante simile è cosa rara. Uno dei resoconti più
vivi risale al tempo della seconda guerra mondiale. Il 25 marzo del 1941 in
una remota zona dell'Atlantico meridionale, il vascello alleato Britannia era
stato oggetto di un attacco aereo di caccia tedeschi battenti bandiera giapponese.
L'assalto era stato decisivo e la nave era ormai perduta. I tedeschi, allora,
avevano concesso qualche minuto all'equipaggio per lasciare la nave,
alla quale sarebbe stato dato il colpo di grazia per affondarla definitivamente.
Poiché il Britannia non era corredato da un numero sufficiente di lance di
salvataggio, molti marinai erano stati costretti a scendere in mare su zattere
improvvisate, trovandosi nel cuore dell'oceano lontani dalle rotte solitamente
battute. Una di queste scialuppe di fortuna era piena di uomini stanchi e feriti.
Fra questi, si contavano i luogotenenti Rolandson e Davidson della Marina
Inglese e il luogotenente R. E. Grimani Cox dell'Esercito indiano, tre dei
sopravvissuti ai quali dobbiamo la testimonianza che segue.
Non avevano né cibo né acqua potabile e il sole li martellava senza pietà.
Per evitare che la zattera si capovolgesse erano continuamente costretti a distribuire
il peso, movendosi lungo i bordi con la massima precauzione e stando
attenti agli assalti delle fisalie, pericolose con i loro terribili aculei e numerose
«come un esercito di api». Il secondo giorno alcuni uomini avevano
incominciato a delirare, il terzo era iniziata la danza degli squali attorno al relitto.
Dopo altri tre giorni di strenua resistenza, gli uomini avevano cominciato
a cedere e, cadendo nel mare, a trovare la loro terribile fine. Un giorno,
ad un tratto, per la gioia dei sopravvissuti, gli squali erano spariti.
Allora, uno di loro si era messo a guardare verso il fondo e con orrore aveva
scorto l'immenso corpo di una creatura tentacolata che stava emergendo
proprio nella loro direzione. Un attimo dopo alcuni tentacoli stavano già avvinghiandosi
alla zattera. Poi, con la velocità del fulmine, un tentacolo aveva
imprigionato un marinaio indiano e lo aveva trascinato in mare. Il grugnito di
soddisfazione che si era levato dal mostro aveva fatto intendere la sua momentanea
soddisfazione. Dopo qualche istante era stato Cox ad essere assalito,
ma per sua fortuna il tentacolo non aveva fatto bene presa sul suo braccio
e con l'aiuto dei compagni era riuscito a ricacciarlo in mare. Alla fine tutto si
era placato. Qualche giorno dopo i tre unici superstiti dei dodici imbarcati sul
relitto erano stati recuperati da una nave spagnola e messi in salvo.
Quando nel 1943 il luogotenente Cox era stato visitato dall'illustre biologo
marino inglese, dottor John L. Cloudsley-Thompson, questi aveva avuto agio
di osservare sul suo braccio una serie di bruciature a forma di disco, dal diametro
di circa 4-5 cm, che piagavano la pelle affondando fin nella carne, segno
doloroso e indelebile dello scampato pericolo. Cloudsley-Thompson non
potè fare a meno di ammettere che quei segni, così chiari e distinti, erano del
tutto assimilabili a quelli lasciati dalle ventose urticanti di calamari e polipi.
Dalle dimensioni dei segni, poi, si poteva tranquillamente dedurre che l'animale
in questione doveva misurare più di 7 m di lunghezza. Mentre Richard
Owen e i suoi seguaci avrebbero gridato al mostro dalle incredibili proporzioni,
l'unica cosa che sembrava tormentare il dottor Cloudsley-Thompson
era il dubbio che un animale di quella stazza fosse in grado di avvinghiare e
trascinarsi via un uomo.
Al tempo di guerra risale anche un altro interessante rapporto redatto da un
certo J. D. Starkey. Una notte, come sovente gli capitava di fare, mentre si trovava
a bordo di un motopeschereccio dell'Ammiragliato nel cuore dell'oceano
Indiano, stava sistemando alcune lampare sul fianco dell'imbarcazione
con l'intento di attirare pesci. Guardando verso il mare si era trovato all'improvviso
al cospetto di un «gigantesco occhio verde spalancato» che lo scrutava.
Sventagliando il fascio di una potente torcia, Starkey aveva illuminato
un tentacolo largo più di mezzo metro. A quel punto, spaventato e incuriosito,
aveva osservato il mostro spostandosi per tutto il ponte. Aveva dimensioni gigantesche,
in quello che pareva il muso spuntava un becco adunco come
quello di un pappagallo e i tentacoli raggiungevano i 50 m di lunghezza. Il
calamaro si era lasciato tranquillamente scrutare per almeno una quindicina
di minuti, mentre «ogni tanto spalancava completamente le valve... mostrando
qualche difficoltà nel muoversi al buio della notte».
Forse l'ostacolo più duro da vincere da parte della scienza sta nell'impossibilità
di studiare i mostri marini nel contesto del loro habitat naturale, vale a
dire le profondità oceaniche. In aggiunta, proprio come l'altrettanto mitico
mostro di Loch Ness, essi sembrano estremamente elusivi. Uno dei più accaniti
studiosi di “mostri lacustri”, il già citato Ted Holiday, è arrivato a immaginare
che in alcuni casi si debba parlare di fenomeni paranormali e non tanto
di esseri concreti in carne ed ossa, conclusione alla quale dice di essere approdato
considerando che alcuni laghi sono troppo piccoli per poter nascondere
ospiti tanto ingombranti. In base alla sua esperienza di incontri con il
mostro di Loch Ness, Holiday è anche propenso a ritenere che l'essere sia dotato
di una specie di sesto senso, che lo rende capace di farsi vedere o intravedere
da testimoni umani senza correre però il pericolo di poter essere fotografato.
Un altro celebre “cacciatore di mostri” - Tony “Doc” Shiels - sostiene di
essere arrivato a una conclusione analoga. Fra il 1975 e il 1976 ci sono stati
parecchi avvistamenti di un mostro marino al largo di Falmouth,
in Cornovaglia, tanto che alla misteriosa creatura è stato
addirittura assegnato un nomignolo:
Morgawr, che significa “gigante di Cornovaglia”. Dopo non pochi appostamenti,
Shiels era riuscito a ottenere una notevole immagine di Morgawr,
dalla quale si evince che anche in questo caso ci troviamo al cospetto di una
creatura dalla sagoma di un plesiosauro preistorico, simile ai connotati del
più celebre mostro di Loch Ness: un lungo collo sinuoso e un corpo punteggiato
con gibbosità e protuberanze sul dorso. Ottenuto questo grosso successo,
Shiels si era precipitato a Loch Ness dove, nel giro di brevissimo tempo,
gli era riuscito di scattare alcune altrettanto belle fotografie di Nessie. Una
specie di fortunata coincidenza, un vero miracolo, davanti al quale però lo
stesso Shiels rivela scetticismo. Nel suo libro intitolato Monstrum, sottotitolato
A Wisard's Tale si dice convinto che gli incontri da lui avuti coi diversi
mostri rientrerebbero più nel mondo dei fenomeni paranormali che non in
quello della realtà concreta.
Accettare questa teoria non implica soltanto credere che
creature come Nessie e Morgawr sono ectoplasmi, fantasmi se si
preferisce, ma attribuisce loro
anche la capacità di utilizzare poteri telepatici, quegli stessi che gli consentono
di evitare i cacciatori di mostri con estrema abilità. Cosa che comporta
un'altra particolarità, ossia che chi si mette sulle loro tracce possa avere fortuna
solo possedendo egli stesso analoghi poteri.
Giunti alla fine delle nostre considerazioni non resta che riconoscere come
il mistero dei mostri delle acque sia ancora ben lungi dall'essere risolto. In
questa prospettiva, dunque, mi sembra più che corretto riconoscere le nostre
scuse e, soprattutto, quelle della scienza, a uomini come Olaus Magnus e il
vescovo Pontoppidam, i quali, tutto sommato, erano tutt'altro che dei sognatori.
 
CAPITOLO 23.
LE IMPRONTE DEL DIAVOLO.

L'inverno del 1885 fu eccezionalmente severo per il sudovest dell'Inghilterra,
regione solitamente visitata da climi niente affatto rigidi. La mattina dell'8
febbraio, il signor Albert Brailsford, preside della scuola
del paesino di Topsham, nel Devon, si avvicinò alla finestra
del salotto per vedere se nella notte
era nevicato. Di colpo, la sua attenzione era stata attratta da una linea di impronte
- o meglio, orme caprine - che si sviluppavano lungo la strada che conduceva
al villaggio. A prima vista si sarebbero dette normali impronte di un
cavallo ferrato, ma a meglio osservare si capiva che non poteva essere, dal
momento che erano perfettamente disposte lungo un'unica linea perfettamente
diritta, come se le zampe dell'animale fossero state messe una davanti all'altra.
Fosse stato un cavallo avrebbe dovuto avere una sola gamba sulla quale
saltellare. Se invece la misteriosa creatura possedeva due zampe, procedeva
con grande attenzione, come un equilibrista su un filo teso. Ma ciò che ancor
più era curioso, consisteva nel fatto che le impronte, non più lunghe di 10
cm, distavano fra loro soltanto 16 cm. Infine, risultavano nitidissime, come se
fossero state ottenute immergendo nella neve una sagoma di ferro riscaldato.
La curiosità prevalse e i cittadini di Topsham seguirono le orme fino alla fine
del percorso, che andava a terminare contro un muro di mattoni. Ma le
sorprese non erano finite. Le impronte infatti riprendevano proprio al di là
della parete, senza però che la coltre di neve accumulatasi sulla parte alta del
muro risultasse in qualche modo calpestata. Poi le impronte raggiungevano
un covone di grano, per ritrovarsi oltre, senza che, anche in questo caso, si
notasse il passaggio di qualche corpo pesante. E non bastava ancora. Passavano
sotto un cespuglio di rosa spina e sopra alcuni tetti. Insomma, era come
se qualche burlone equilibrista si fosse divertito durante la notte a costruire
un rompicapo per i poveri villici. L'ipotesi di un giocherellone venne però subito
scartata. Le orme sembravano non finire mai. Ne vennero trovate ancora a
parecchi chilometri di distanza dalla periferia del paese, lungo la campagna del
Devon. Sembravano procedere in modo disordinato ed erratico per andare a
toccare alcune altre piccole città e villaggi: Lympstone, Exmouth, Teignmouth,
Dawlish, fino a Totnes, vicino a Plymouth. Se si trattava davvero di un burlone
equilibrista doveva aver fatto una bella faticaccia per coprire più di 50 km
nel gelo della notte e in mezzo alla neve fresca e alta. Per di più doveva avere
anche una certa fretta, visto che le impronte si fermavano sovente sul limitare
delle porte, ma solo per invertire la direzione e dirigersi nuovamente altrove.
Ad un certo punto, avevano valicato l'estuario del fiume Exe, in un tratto presumibilmente
compreso fra Lympstone e Powderham. Tuttavia, al di là, vale a
dire a Exmouth, non se ne incontravano più, come se il misterioso essere fosse
ritornato sui suoi passi. Ovviamente, in tutto quell'itinerario non esisteva alcuna
logica, era come un percorso fatto a casaccio.
In certi punti, le impronte di “cavallo” presentavano una fenditura nel mezzo,
facendo pensare a uno zoccolo spezzato. Siamo in piena era vittoriana e
nessuno fra i contadini di quei luoghi dubitava dell'esistenza del diavolo. A
questo pensiero qualcuno aveva imbracciato una doppietta e si era messo a
caccia. La notte tutti chiusero accuratamente le porte di casa, tenendo i fucili
a portata di mano, a fianco del letto.
Ci volle una settimana prima che la notizia venisse riportata dai giornali. Il
primo a raccontarla fu il londinese «Times» il 16 febbraio 1855, aggiungendo
che erano stati molti i contadini a trovare le misteriose tracce nei cortili
delle loro case. Il giorno dopo era toccato alla «Plymouth Gazette», la quale
riportava l'idea di un prete che suggeriva trattarsi di un canguro, dimenticando
che il canguro ha zampe artigliate. Ipotesi contestata e contrastata da quella,
certamente più plausibile, presentata sul «Flying Post» che indicava in un
uccello la probabile causa del misterioso percorso di orme. Teoria immediatamente
smontata da un altro articolo comparso sull'«Illustrated London
News» in cui si faceva osservare che non esiste al mondo alcun uccello munito
di zoccoli ferrati! In aggiunta, l'articolista segnalava che, pur avendo trascorso
oltre cinque mesi nelle distese innevate del Canada, non gli era mai
capitato di osservare impronte simili.
Il 3 marzo sull'«Illustrated London News» il grande naturalista e anatomista
Richard Owen sentenziava che l'analisi scientifica delle impronte parlava a
favore di un tasso. Quella notte, evidentemente, alcuni tassi si erano ridestati
dal sonno invernale ed erano usciti dalle tane alla ricerca di cibo. Ipotesi plausibile,
peccato che Owen non spiegasse per quale stravagante motivo tutti quei
tassi avessero deciso di andare a caccia saltellando su una sola zampa. (Cinque
anni dopo Owen, “sbaglierà” ancora una volta, esprimendo un giudizio totalmente
errato a proposito della teoria della evoluzione delle specie proposta
da Charles Darwin). Un altro testimone, un medico, rivelò assieme ad un collega
«di aver impegnato non poche ore nell'approfondito studio delle peculiarità
intrinseche di quelle particolari impronte» (in tempi vittoriani si provava
una qual certa soddisfazione nell'utilizzare linguaggi tanto pomposi per arrivare
a non affermare nulla). Egli dichiarò che «a seguito di minuziose osservazioni
era stato possibile porre in risalto che l'impronta del misterioso zoccolo
era costituita da dita e pianta certamente ascrivibili a un qualche animale»,
nella fattispecie si trattava di una lontra. Un altro reporter ancora, che si
firmava con lo pseudonimo di “Omither”, disse che si trattava certamente delle
orme lasciate dietro di sé da un'otarda, dal momento che le dita esterne risultavano
arrotondate. Un altro gentiluomo di Sudbury dichiarò che negli ultimi
tempi nella sua zona aveva notato alcuni grossi ratti scorrazzare nei campi
di patate. Le impronte lasciate dai grossi topi erano del tutto simili a quelle
misteriose, che i giornali già battezzavano “impronte del
diavolo”. I ratti, saltellando in mezzo alla neve e
atterrando ad ogni balzo sul corpo intero avevano
lasciato quei segni, per combinazione simili a impronte di zoccoli di animali.
Un corrispondente scozzese parlò di lepre o moffetta, a zonzo a caccia
di cibo. La stravaganza e la difformità di tutte queste spiegazioni, così stralunate
e assurde, si giustificava con l'obiettiva difficoltà di trovare una risposta
al mistero. La questione meno comprensibile - quella che sfidava ogni ipotesi
- stava nella singolare disposizione delle impronte, una in fila all'altra secondo
una linea retta, come se fossero state lasciate da un animale dotato di
una sola zampa. Senza dimenticare, poi, la complicazione aggiuntiva di capire
come lo strano essere avesse potuto percorrere in quelle condizioni, al freddo
e di notte oltre 50 km.
Forse l'ipotesi più plausibile venne proposta da Geoffrey Household, il quale
nel 1985 ha pubblicato un libro - The Devil's Footprints - in cui sono raccolte
tutte le testimonianze legate a questo caso misterioso. Ecco la possibile,
logica, spiegazione dei fatti:
Sono propenso a ritenere che quella notte dal centro del porto militare di Devonport si
sia innalzato, forse a seguito di qualche disguido, un pallone sonda. Libero dagli ormeggi,
ha potuto sorvolare la zona senza alcun controllo. Dall'oggetto pendevano due sacchetti
appesi a delle funi. Sono stati questi pesi a lasciare le impronte e questo spiega anche
come mai ne sono state trovate pure sui tetti delle case... Il maggiore Carter, un uomo
del posto, mi ha detto che il nonno all'epoca lavorava proprio alla base di Devonport
e che una volta gli aveva raccontato del pallone, la cui “fuga” accidentale aveva provocato
danni a giardini, serre, fienili, finestre un po' ovunque nella zona. Alla fine aveva
terminato il viaggio precipitando nei pressi di Honiton.
Si tratta senz'altro di un'informazione importante che potrebbe spiegare la
dinamica di ciò che successe. Ma, pur dandola per buona, c'è almeno ancora
un dettaglio che non quadra. Se si dà un'occhiata su una cartina geografica
alla serie di impronte, si nota immediatamente che fanno ampi, indecifrabili
giri fra i centri di Topsham e Exmouth. Un pallone sonda si sarebbe “comportato”
in un modo tanto disordinato? Non avrebbe, invece, seguito un percorso
lungo una linea retta, nella direzione del vento prevalente, che quella
notte, detto per inciso, soffiava da est?
Il problema fu, come già si è detto, il grave ritardo con cui i mass media presero
a interessarsi del problema. Nel frattempo, infatti, la maggior parte degli
elementi salienti del caso erano già stati alterati. Per esempio, sarebbe stato interessante
sapere se la neve caduta quella notte era stata la prima neve di quel
febbraio del 1885. Quell'anno l'inverno era stato particolarmente rigido e non
è da escludere che molti piccoli animali come ratti, conigli e tassi avessero interrotto
il letargo per uscire anzitempo dalle tane a caccia di cibo.
Una lettera inviata al giornale «Plymouth Gazette» datata 17 febbraio inizia
con queste parole: «La notte di giovedì 8 febbraio è stata caratterizzata da
un'intensa nevicata, cui ha fatto seguito pioggia e un forte vento da est e una
rigida brinata la mattina». Certamente, la notte in giro per la zona c'erano
molti piccoli animali a caccia di cibo. Ma soltanto il venerdì mattina, sul nuovo
e fresco mantello di neve, era stato possibile osservare le impronte. Queste,
oltre tutto, avrebbero potuto essere rimarcate dalla pioggia
che aveva ulteriormente scavato nel manto nevoso, per
solidificarsi la mattina per la forte
brinata. Questo, per esempio, spiegherebbe bene l'impressione che molti osservatori
ebbero di impronte come “impresse a viva forza” nella neve.
Però se il terreno era già ricoperto di neve prima della notte dell'8 febbraio ecco
che allora pure questa plausibile teoria deve essere abbandonata. Quand'anche
la si desse per valida, non si comprende come mai alcune impronte siano
state ritrovate sulla sommità dei muri, sui covoni, sui tetti... Insomma, un bel
rebus. Un mistero che, dopo tanti anni, continua a restare insoluto.
Clyst St George
 
CAPITOLO 24.
IL MISTERO DELLA «MARY CELESTE».

Nel calmo pomeriggio del 5 dicembre 1872 la nave inglese Dei Grada incrociava
un brigantino a due alberi che seguiva una rotta erratica nel nord
dell'oceano Atlantico, fra le isole Azzorre e la costa del Portogallo. Una volta
avvicinatisi alla nave misteriosa, i membri dell'equipaggio si erano resi
conto che stava viaggiando soltanto con l'asta di fiocco e la sola vela dell'albero
di trinchetto; oltretutto il fiocco era girato a babordo, mentre tutto il vascello
virava verso destra, segno evidente a chi sa di mare che era senz'altro
senza guida. Il capitano della Dei Gratia, Morehouse, compiute le necessarie
segnalazioni non aveva ricevuto alcuna risposta. Il mare ancora ingrossato
per le recenti tempeste non consentiva un approccio ravvicinato in sicurezza
e ci erano volute più di due ore a Morehouse e al suo equipaggio per accostare
la nave tanto da poterne leggere il nome. Si trattava della Mary Celeste,
una nave che il capitano ben conosceva, così come conosceva chi la comandava,
il capitano Benjamin Spooner Briggs. Meno di un mese prima le due
navi si erano ritrovate vicine ai pontili di carico di East
River a New York. La
Mary Celeste sarebbe partita per Genova il 5 novembre con un carico di alcol
puro, mentre dieci giorni dopo la Dei Gratia sarebbe salpata per Gibilterra.
Ora la prima vagava sperduta in pieno oceano senza una guida né un segno
di vita.
Morehouse aveva inviato tre uomini ad investigare, guidati dal primo ufficiale
Oliver Deveau, un uomo di grande forza fisica e coraggio. Appena saliti
sulla nave, il ponte era subito apparso totalmente deserto, così come tutto il
resto della nave. A bordo non c'era anima viva. Mancava la scialuppa di salvataggio,
indizio che segnalava come Briggs e i suoi uomini avessero deciso
scientemente di abbandonare la nave.
Sotto coperta c'era una grande quantità di acqua; due vele
erano completamente sganciate e quella inferiore dell'albero
di trinchetto penzolava appesa
solo più da un angolo. Tuttavia la nave dava segno di poter reggere tranquillamente
il mare e di non correre il pericolo di affondare. Perché dunque era
stata abbandonata? Una ricerca più approfondita aveva rivelato che l'abitacolo,
ovvero il posto dove era conservata la bussola della nave era saltato.
Due portelli di boccaporto erano scardinati e uno dei grandi contenitori per
l'alcol si era rovesciato. La cambusa e le altre zone destinate alla conservazione
del cibo e dell'acqua dolce da bere erano stipate.
Le cassepanche dei marinai erano intatte, ad indicare la fretta e la furia con
cui erano stati costretti a lasciare la nave. Ma nella cabina del capitano gli
strumenti e le attrezzature portatili di orientamento erano sparite. L'ultima
annotazione sul diario di bordo datava al 25 novembre; voleva dire che la
Mary Celeste viaggiava ormai da nove giorni senza equipaggio e che in quel
momento si era venuta a trovare a oltre 700 miglia a nordest rispetto all'ultima
postazione nota registrata.
Oltre al capitano Briggs e a un equipaggio di sette marinai, a bordo della nave
erano salite pure la signora Sarah, moglie del capitano, e Sophia Matilda,
la loro figlioletta di due anni. Davanti al mistero del perché la nave era stata
abbandonata; Morehouse aveva avvertito una qual certa apprensione quando
Deveau aveva suggerito che due uomini della Dei Gratia avrebbero dovuto
portare la Mary Celeste a Gibilterra. La prospettiva era una lauta ricompensa
di 5000 sterline. L'argomento era solido e aveva convinto il comandante a accettare
la proposta.
Sei giorni dopo le due navi erano arrivate insieme al porto di Gibilterra. Ma
invece di ricevere il benvenuto che si aspettava, Deveau era subito stato bloccato
da un funzionario inglese che aveva spiccato un immediato ordine di fermo
per la Mary Celeste. Molto significativamente era venerdì 13 dicembre.
Sin dall'inizio la nave era stata sfortunata. In origine era stata registrata col
nome di Amazon e il suo primo capitano era morto nel giro di sole quarantotto
ore. Nel viaggio inaugurale si era incagliata in uno sbarramento per la
pesca lungo la costa del Maine e lo scafo era stato danneggiato. Mentre lo
stavano riparando quasi metà nave era stata investita da un furioso incendio.
Qualche tempo dopo, mentre veleggiava lungo lo stretto di Dover, si era
scontrata con un brigantino più piccolo che era calato a picco. Questo era accaduto
col terzo capitano. Da parte sua il quarto aveva inavvertitamente condotto
la nave nelle secche attorno a Cape Brenton provocandone l'incagliamento.
A questo punto l'Amazon era stata messa in vendita. Prima di finire a J. H.
Winchester, colui che ha fondato la compagnia di navigazione tuttora attiva,
aveva cambiato la bellezza di tre padroni. Winchester aveva scoperto che il
brigantino - che nel frattempo aveva cambiato nome - aveva alcune travi in
avanzato stato di putrefazione, che il fondo era da rifarsi con la protezione di
una pellicola di rame e che la cabina di comando era troppo angusta e doveva
essere ampliata. Tutte queste riparazioni avevano consentito alla Mary Celeste
di lasciare il porto di Genova con sufficienti garanzie di sicurezza sotto
l'esperta guida del capitano Briggs, particolare che ben spiega come il vascello
fosse riuscito a veleggiare lo stesso nell'Atlantico per tanti giorni privo
di guida senza riportare grandi danni.
Gli agenti governativi inglesi a Gibilterra propendevano sia per un ammutinamento
che per una sorta di complotto-truffa americano: ipotesi suggerita
dal fatto che i due capitani erano amici e si era venuto a sapere che il giorno
prima che la Mary Celeste salpasse da New York avevano festosamente pranzato
assieme. Ma nel corso dell'inchiesta l'eventualità dell'ammutinamento
era poi prevalsa poiché la corte aveva osservato alcuni segni d'ascia sulla
battagliola, una serie di scrostamenti che avrebbero dovuto
dare l'impressione che la nave era andata a sbattere contro
gli scogli e soprattutto una spada
macchiata di sangue nella cabina del comandante. Le cose erano andate così:
l'equipaggio, ubriaco, aveva ucciso il comandante e la sua famiglia poi era
fuggito sulla scialuppa di salvataggio abbandonando la nave.
Gli americani si erano sentiti offesi per questa accusa mossa contro l'onore
e la rispettabilità della marina mercantile del loro paese e sdegnosamente rigettarono
l'ipotesi. Oltre tutto il comandante Briggs era noto non solo per essere
un uomo accondiscendente che non avrebbe mai provocato una reazione
di ammutinamento, ma era noto che sulle sue navi non si imbarcava mai del
liquore. Nel caso della Mary Celeste l'unico era quello puro, imbevibile, che
trasportava come merce. Neanche il più incallito e assetato dei marinai ce l'avrebbe
mai fatta a ingoiare neppure un sorso di quell'alcol, capace di provocare
terribili mal di stomaco e persino la cecità. E poi, se l'equipaggio si era
davvero ammutinato, come mai le cassepanche dei marinai erano rimaste intatte,
con dentro ancora gli effetti personali come le fotografie, i rasoi e gli
stivali gommati?
L'ammiragliato britannico continuava a nicchiare, ma si trovò praticamente
costretto a tenere in considerazione anche la seconda ipotesi, vale a dire quella
che prevedeva che i due capitani si fossero messi d'accordo per perpetrare
una truffa ai danni delle assicurazioni; tuttavia non si riusciva a intuire il perché
dell'operazione, dal momento che Briggs ci avrebbe ampiamente rimesso:
egli, infatti, era comproprietario del brigantino e ciò che avrebbe ricavato
come quota a lui spettante dal rimborso assicurativo sarebbe stato soltanto
una parte minima di quello che, viceversa, avrebbe incassato rivendendo le
sue quote di proprietà in condizioni normali.
Insomma, per la prima volta nella sua lunga storia, la corte non riuscì a
giungere ad alcun risultato. Perché i marinai della Mary Celeste avessero lasciato
la nave restò un mistero. Ai proprietari della Dei Gratia venne riconosciuta
come ricompensa un quinto del valore del brigantino recuperato e del
carico che trasportava. Poi la Mary Celeste era stata riconsegnata al proprietario,
il quale, appena riavutala in forza a New York, si era affrettato a rivenderla.
Nei successivi undici anni la nave ebbe molti altri proprietari, ma a nessuno
portò mai profitto. I marinai, forti delle loro tradizioni e superstizioni, la ritenevano
una nave porta sfortuna. Il suo ultimo proprietario, il capitano Gilman
C. Parker, dopo che la nave si era incagliata in una scogliera delle Indie Occidentali,
aveva fatto richiesta di risarcimento assicurativo; ma le compagnie
avevano fiutato il dolo e lo avevano trascinato in tribunale. All'epoca inscenare
imbrogli del genere costava l'impiccagione, ma il giudice, memore delle
tante disgrazie che già la Mary Celeste si portava dietro, si dimostrò magnanimo
e, in virtù di un cavillo legale, riuscì a far rilasciare gli accusati. Nel
volgere degli otto mesi successivi il capitano Parker era morto, uno dei suoi
soci era impazzito, un altro si era suicidato. La stessa nave era rimasta abbandonata
sulla scogliera dove era andata a incagliarsi.
Nei dieci anni seguenti, non essendo emersa alcuna prova, la storia della nave
maledetta passò nel dimenticatoio. Nel corso del dibattimento
in tribunale, che nel frattempo era ripreso seguendo la pista della frode, la corte aveva
disposto l'effettuazione di ricerche nei principali porti inglesi e americani allo scopo di riuscire a rintracciare qualcuno di coloro che avevano fatto parte
dell'equipaggio. Ma tutto fu inutile.
Nel 1882 un ventitreenne giovane medico di fresca laurea di nome Arthur
Doyle, destinato a Southsea, un sobborgo di Portsmouth, applicava pieno di
speranze la targhetta col suo nome a uno studio professionale. Nelle lunghe
attese fra l'arrivo di un cliente e l'altro, il giovane ingannava il tempo inventando
delle storie. Nell'autunno di quello stesso anno aveva iniziato un racconto
in questo modo: «Nel mese di dicembre del 1873, la nave inglese Dei
Gratia faceva il suo ingresso nel porto di Gibilterra, trascinandosi al seguito
il brigantino Marie Celeste, recuperato a 38°40' di latitudine e 70° 15' di longitudine
ovest».
Per essere così breve, la frase conteneva un bel numero di imprecisioni.
L'anno era il 1872; la Mary Celeste non era stata trainata ma aveva raggiunto
il porto con le sue vele; i valori di riferimento del punto in cui era stata recuperata
erano sbagliati, per di più la nave era chiamata Marie e non Mary.
Ciò malgrado, quando nel 1884 il racconto intitolato La
deposizione di J. Habakuk Jephson venne pubblicato sulle
pagine della rivista «Comhill» il successo
fu enorme e proprio da qui era partita la prestigiosa carriera di scrittore
del giovane Doyle, divenuto ben presto celeberrimo come Arthur Conan
Doyle. Molti lettori presero la storia per oro colato e da quel momento in
avanti tutti ritennero che la disgraziata nave fosse stata catturata da una sorta
di Potere Nero, che aveva in spregio i bianchi. Il signor Solly Flood, l'investigatore
che stava lavorando al caso della Mary Celeste, ne rimase così indignato
che, credendo la storia vera, aveva scritto alla Central News Agency
accusando il signor J. Habakuk Jephson di essere un gaglioffo e un mentitore.
Inutile ricordare che dopo un simile successo, la rivista fu ben lieta di continuare
a pubblicare i lavori di Doyle, passando dalle prime tre ghinee di
compenso alle ben più consistenti trenta per i racconti successivi.
Il racconto di Doyle fu il segnale di un nuovo risveglio verso il mistero, tanto
che negli anni immediatamente seguenti venne a galla un numero infinito
di illazioni a proposito degli ultimi giorni della Mary Celeste. Le storie andavano
dall'ammutinamento clàssico alla terribile serie di incidenti a catena
del tipo: tutti erano precipitati in mare quando una piattaforma appositamente
costruita per assistere a una gara di nuoto era improvvisamente crollata;
oppure il ritrovamento di un relitto carico di tesori che aveva tentato il capitano
Briggs al punto da fargli abbandonare la nave in balia dell'oceano per
salire sull'altra e svanire nel nulla, ricco e felice. Un autore giunse a immaginare
che l'intero equipaggio era stato preda di un calamaro gigante che,
nottetempo, scardinati gli oblò aveva prelevato gli uomini uno a uno. Charles
Fort, il celebre studioso del paranormale, disse invece che quegli uomini erano
scomparsi per l'intervento di quella stessa misteriosa e sconosciuta forza
sovrannaturale che provocava le piogge di rane e di pesci vivi dal cielo. Fort
aggiungeva: «Nei miei archivi ho una bella raccolta di storielle, narratemi da
bugiardi incalliti che mi raccontano che trenta, quaranta, cinquanta anni fa
erano stati membri dell'equipaggio della Mary Celeste». Persino ancora oggi,
questa misteriosa storia ricompare in televisione, magari inserita in qualche
serial dedicato a fatti enigmatici o alla fantascienza, dove la nave è protagonista
di vuoti temporali o viene attaccata da esseri alieni.
In realtà, se solo si esaminano i dati a disposizione, la soluzione di questo
mistero si potrebbe trovare nella logica.
Chi ha ampiamente confuso le idee è stato proprio Conan Doyle, quando
racconta che la nave venne ritrovata intatta, completa delle scialuppe di salvataggio,
cosa non vera. Evidentemente, un particolare così importante, risulta
decisivo nell'offrire o meno una soluzione plausibile, si potrebbe dire
quasi semplice. Vediamola.
Dunque, una volta assodato che la nave venne certamente abbandonata, sappiamo
una cosa per certo: l'equipaggio la lasciò in grande furia; la ruota di
propulsione non era bloccata, particolare che induce a ritenere un abbandono
molto frettoloso. Ed ecco allora, il vero mistero: per quale arcana ragione i
marinai scapparono così velocemente?
Il capitano James Briggs, fratello del comandante della Mary Celeste, rivelò
che a suo avviso la chiave si poteva trovare nell'ultima annotazione fatta sul
diario di bordo, quella del 25 novembre 1872, in cui si diceva che, finalmente,
il vento si stava placando, dopo una notte di gran tempesta. Secondo lui la
nave si era trovata in bonaccia nei pressi delle Azzorre dove aveva incominciato
a muoversi verso le pericolose scogliere dell'isola di Santa Maria. Le
evidenti screpolature e graffiature riscontrate sullo scafo - quelle stesse che gli
investigatori avevano ritenuto essere state fatte ad arte dai marinai ammutinati
per depistare le ricerche - erano state riportate quando la nave aveva urtato
in qualche scoglio sommerso, cosa che aveva indotto l'equipaggio a credere di
stare per affondare. Oliver Deveau aveva verificato che durante il violento
uragano la nave aveva imbarcato acqua, al punto di dare l'impressione di non
essere più del tutto affidabile per proseguire una navigazione tranquilla.
Un'altra ipotesi diffusa è quella della tromba marina. La pressione atmosferica
nel cuore di una tromba marina è bassa; questo avrebbe potuto far saltare
tutti i boccaporti e consentire alle grandi ondate di invadere completamente
la stiva della nave e soprattutto le pompe di trazione. Imbarcati un paio di
metri d'acqua, la nave avrebbe dato segni di non farcela e l'equipaggio, impaurito,
l'avrebbe abbandonata di gran carriera.
Ma, ancora, le obiezioni sono molte. Se la Mary Celeste si fosse scontrata
con la barriera rocciosa dell'isola di Sapta Maria, la scialuppa di salvataggio
non sarebbe andata lontano, ma avrebbe tentato di approdare sull'isola. Poiché
non venne rintracciato alcun sopravvissuto né resti di relitti, la cosa sembra
improbabile.
L'ipotesi di Deveau sembra più plausibile. Capita sovente che in mare monti
il panico. Quando la Endeavour del capitano Cook si era venuta a trovare
in gravi difficoltà al largo della costa orientale dell'Australia, il capitano aveva
spedito un addetto nella stiva per misurare l'altezza dell'acqua imbarcata.
Questi aveva sbagliato a misurare e segnalato un livello pericoloso. In un attimo
si era diffuso il panico e la ciurma stava già per far
scendere le scialuppe di salvataggio e abbandonare la nave se
Cook non fosse riuscito a mantenere
la calma e a riportare ordine. In un'altra occasione, i marinai di una nave
che trasportava grandi travi di legno, trovatisi in piena tempesta al largo di
Newfoundland, si erano dannati per gettare a mare tutto il carico, prima che
a qualcuno venisse in mente che era pressoché impossibile che una nave piena
di legno colasse a picco. Tuttavia, sembra impossibile che un capitano
esperto e abile come Briggs, di cui era nota la straordinaria efficienza, possa
essere incappato nel cosiddetto “panico” del mare.
L'obiezione da muovere verso l'ipotesi della tromba marina sta invece nel
fatto che, fatta eccezione per i due boccaporti trovati scardinati, in tutte le altre
parti la nave era stata trovata intatta. Se la tromba d'aria fosse stata così
potente e grande da provocare nell'equipaggio tanta paura, ebbene anche la
struttura della nave ne avrebbe certamente risentito.
Ma resta comunque un altro mistero. Ammesso che l'equipaggio avesse trovato
salvezza nella lancia di salvataggio, perché non recuperare la nave, una
volta verificato che in realtà non stava correndo alcun pericolo di affondare?
Una sola spiegazione sembra coprire l'intero arco dei fatti, così come ci sono
noti. Briggs non aveva mai trasportato un carico di alcol puro ed essendo
un tipico puritano osservante del New England, non era neppure troppo contento
di farlo. Il notevole cambio di temperatura intercorso fra New York e le
Azzorre può aver provocato trasudamenti e perdite dei contenitori. I violenti
temporali della notte, sbatacchiando il carico, possono aver provocato la formazione
di vapori all'interno delle grandi botti con un aumento della pressione
interna tale da far saltare il coperchio di alcune di esse. L'esplosione,
sebbene praticamente innocua, potrebbe aver scardinato i boccaporti, scaraventati
sul ponte nei punti in cui Deveau li aveva trovati all'atto della prima
perlustrazione. Convinto che la nave da lì a poco avrebbe potuto esplodere, il
capitano Briggs, inesperto in questo caso, avrebbe dato ordine di lasciarla
con la massima celerità, calando in mare la scialuppa di salvataggio. Nella
fretta di scappare, Briggs aveva però dimenticato di mettere in atto la più elementare
delle precauzioni: collegare la scialuppa alla Mary Celeste con una
corda di qualche centinaio di metri, per poter continuare a controllare la nave
a una distanza di sicurezza. Nel momento in cui la lancia era stata messa
in acqua, da quello che è scritto nel diario di bordo il mare doveva essere calmo;
ma le vele malconce rivelano che comunque la nave da lì a poco sarebbe
andata incontro a altri severi impegni. Si può pensare che l'improvviso ritorno
di un forte vento spingesse la nave lontano, mentre l'equipaggio, spaventato
e scosso, stava invano tentando di remare per recuperarla. Il resto
della storia è ovviamente drammatico.
 
CAPITOLO 25.
IL LIBRO DI OERA LINDA.

La storia perduta di un continente
scomparso.
Nel 1876 compare a Londra un libro sconvolgente dal titolo
L'oro di Oera Linda, sottotitolato Da un manoscritto del XIII
secolo. L'editore, Trubner &
Co., è uno dei più seri presenti sul mercato e non c'è alcun motivo di pensare
a una falsificazione. Il fatto poi che accanto al testo in inglese venga riportato
a fronte quello originale in frisone (la lingua della Frisia, la parte più settentrionale
dell'Olanda) è una garanzia aggiuntiva di serietà, offrendo l'opportunità
agli studiosi di verificarne l'autenticità. La cosa è lo stesso scottante, perché
se ciò che sta scritto nelle pagine del libro è vero, la storia del mondo antico
va completamente riveduta e corretta. Si racconta che nel III millennio
a.C., nel tempo in cui vennero innalzate le grandi piramidi e Stonehenge, nel
nord dell'Europa esisteva una grande isola continente, abitata da una razza altamente
civilizzata. Nel 2193 a.C. l'isola era scomparsa, svanita come l'altrettanto
leggendaria Atlantide, completamente disintegrata da immense catastrofi.
Molti superstiti erano riusciti a trasferire la loro civiltà altrove, Egitto e
Creta compresi. E infatti nel Libro di Oera Linda leggiamo che Minosse, il favoloso
re di Creta, costruttore del labirinto, era un frisone e che era stata questa
sua civiltà a originare in seguito quella ancora più splendente di Atene.
Tutto questo era sembrato così straordinario e sconvolgente che in prima
battuta gli studiosi tedeschi e olandesi sorrisero fra loro, pensando a una colossale
presa in giro. Anche se il trucco era stato inscenato bene e probabilmente
si trattava non di un falso moderno, ma antico, vecchio di un secolo o
due, cosa che l'avrebbe al massimo spostato nel tempo attorno al 1730. Un
momento storico in cui riesce per davvero difficile immaginare che a qualcuno
venisse in mente di mettere in atto una burla simile. Se ci riferissimo a un
centinaio di anni dopo, nel pieno dell'età romantica, la cosa sarebbe forse ancora
ipotizzabile, vista l'ansia di creatività e il desiderio di dare libero sfogo
all'immaginazione propri del tempo. Ma è pressoché impossibile pensare che
nell'algida e rigida epoca di Federico il Grande e del principe di Orange-Nassau
(del tutto refrattario dal punto di vista letterario) ci fosse stato qualcuno
tanto fantasioso da inventarsi un lavoro simile. Certo, è vero che un celebre
falso ascritto alla fonte della poesia gaelica - i versi di Ossian, scritti in realtà
da James MacPherson - nel 1760 aveva conquistato l'Inghilterra e l'intera
Europa; ma se anche il Libro di Oera Linda era il frutto di un'operazione alla
MacPherson, come mai era stato dimenticato in un cassettone ed era saltato
fuori solamente nel 1848?
Stando a ciò che si leggeva nell'introduzione scritta nel 1871, il libro era
stato conservato presso la famiglia Linden (o Linda) da «tempo immemorabile»
ed era scritto in una lingua simile al greco. L'incipit era costituito da
una lettera di un tal “Liko oera Linda”, datata 803 d.C., in cui l'uomo diceva
che avrebbe conservato il libro «col corpo e con l'anima», poiché in esso era
contenuta la storia della sua gente. Nel 1848 il manoscritto era stato ereditato
da un certo C. Over de Linden - versione moderna del casato Oera Linda
- quando un esimio linguista, il professor Verwijs, aveva chiesto il permesso
di esaminarlo. Sin da subito egli aveva riconosciuto nel misterioso linguaggio
del libro l'antichissimo frisone, una forma arcaica di olandese. La versione
esaminata dal professore era una copia dell'originale datata 1256, riportata
su pagine ottenute con fibra di cotone e scritta con inchiostro nero che non
conteneva ossido di ferro (perché se no sarebbe diventato bruno).
Stando alla introduzione (a firma del dottor J. O. Ottema) nel Libro di Oera
Linda veniva raccontata la storia di una grande isola continente, chiamata
Atland, posta all'incirca sulla stessa latitudine delle isole britanniche, in quellospecchio di mare che noi oggi chiamiamo Mare del Nord (per farla breve,
a nord delle coste olandesi). Ottema sembra immaginare trattarsi dell'Atlantide
di Platone (vedi il Capitolo 1), che molti ricercatori hanno collocato da
qualche parte nell'oceano Atlantico. E poiché Platone afferma soltanto che
Atlantide si trovava al di là delle Colonne d'Èrcole (l'attuale stretto di Gibilterra),
Ottema potrebbe aver ragione.
Stando al manoscritto, Atland godeva di un ottimo clima e di abbondanza di
cibo e fintanto che i suoi governanti si erano mantenuti saggi e religiosi, l'isola
era rimasta serenamente in pace. Il suo leggendario fondatore era stata
una donna semidivina, Frya, una versione della nordica Freya, la dea lunare,
il cui nome significa “signora”. (In modo analogo la parola frey significa “signore”).
Gli abitanti di Atland veneravano un solo dio, che si celava sotto il
per noi impronunciabile nome di Wr-alda. Frya era la prima di tre sorelle. Le
altre si chiamavano Lyda e Finda. Lyda aveva la pelle scura ed aveva dato
origine alle popolazioni negroidi; Finda aveva la pelle giallastra e aveva dato
origine alle popolazioni orientali; Frya aveva la pelle chiara.
Fino a qui siamo nella leggenda, ma il libro prosegue raccontando quella
che sostiene essere una storia realmente accaduta.
Nel 2193 a.C. una catastrofe immane e sconosciuta aveva colpito Atland,
che era stata inghiottita dalle acque dell'oceano. La logica suggerisce che allo stesso modo avrebbero dovuto scomparire anche le isole britanniche, dal
momento che erano vicinissime al misterioso continente; ma se Atland era un
territorio sotto il livello del mare come gran parte dell'attuale Olanda, si
comprende facilmente il perché della spaventevole, catastrofica alluvione. (Il
cosiddetto Banco di Dogger dove la leggenda colloca Atland corrisponde alla
parte più bassa del Mare del Nord).
Secondo Platone, Atlantide era andata incontro alla sua terribile fine circa
novemila anni prima. Una moderna autorità del campo, il
professor A. G. Galanopoulos, ha dichiarato che le indicazioni
offerte dal filosofo greco a proposito
di Atlantide (quelle notizie che gli erano state tramandate
dai sacerdoti egizi) sono tutte amplificate di dieci volte;
per esempio, quando Platone
scrive che il grande canale che stava attorno alla città reale era lungo più di
diecimila stadi (oltre 1600 km) ci pone di fronte a dimensioni gigantesche, al
punto che la superficie coperta dalla capitale avrebbe dovuto risultare di alcune
centinaia di volte più grande di quella occupata dalle già estese Londra
o Los Angeles. In base a questo ragionamento, se dividiamo 9000 per dieci
otteniamo 900. I sacerdoti egizi raccontano di Atlantide al legislatore greco
Solone nel 600 a.C., da questa data, aggiungendo altri 900 anni, si arriva al
1500 a.C. Questo è grosso modo lo stesso momento dell'esplosione del vulcano
di Santorini (a nord di Creta), la catastrofe che sconvolse una buona
metà dell'area mediterranea. Galanopoulos sostiene che Santorini era infatti
Atlantide. L'unica obiezione forte consiste nel ricordare che Platone colloca
il mitico continente al di là delle Colonne d'Èrcole, nel qual caso Atland sarebbe
un'altra isola continente.
Un altro motivo per cui il Libro di Oera Linda è sempre stato snobbato è dovuto
al fatto che la narrazione suona poco familiare e i nomi strani. Sotto questo
punto di vista lo potremmo assimilare al Libro di Mormon o a quella straordinaria
opera che si intitola Oashpe dettata sotto divina ispirazione dal medium
americano J. B. Newbrought praticamente nello stesso periodo in cui il
Libro di Oera Linda era dato alle stampe in Inghilterra. La differenza sta però
nel fatto che mentre questi due libri vantano un'origine ispirata dalla divinità,
in quello di Oera si dichiara che tutto ciò che è raccontato è storia vera.
Ad ogni modo, le popolazioni che vengono citate non sono certo frutto di
fantasia. In un libro successivo si parla a lungo di un prode guerriero di nome
Friso, ufficiale di Alessandro il Grande (nato nel 356 a.C.) citato anche in
altre cronache storiche dei popoli del nord. (Nel Libro di Oera Linda si parla
parecchio di Alessandro). In queste cronache si dice che Friso giungeva dall'india.
Nell'Oera Linda, l'eroe viene fatto discendere da una colonia
di Frisoni stanziatasi nel Punjab attorno al 1550 a.C.;
mentre il geografo greco
Strabone menziona queste stranissime tribù “indiane”, da lui chiamate in modo
generico Germania. Nel testo si ricorda anche Ulisse e la sua ricerca alla
caccia della sacra lampada, una pitonessa gli aveva predetto che qualora l'avesse
trovata sarebbe diventato re d'Italia. Fallito il tentativo di farsi consegnare
sotto lauta ricompensa (i molti tesori portati da Troia) la lampada dalla
sacerdotessa, la “Madre Terra”, che la custodiva, Ulisse aveva fatto vela fino
a raggiungere un luogo chiamato Walhallagara (nome che suona molto simile
a Walhalla) dove aveva avuto una storia d'amore con la
principessa Kalip (ovviamente Calipso) e con la quale era
convissuto per molti anni fra «lo
scandalo e la disapprovazione di tutti coloro che lo conoscevano». Da Calipso
aveva ottenuto una sacra lampada tipo quella che stava cercando, ma la
sorte non gli era stata amica, perché la sua nave aveva fatto naufragio e lui
era stato salvato, nudo e senza più alcun avere, da un'altra imbarcazione.
Questo frammento di storia greca inserito nel Libro di Oera Linda è quanto
mai interessante. Data le avventure di Ulisse attorno al 1188 a.C., vale a dire
una cinquantina di anni oltre la moderna datazione della caduta di Troia (vedi
il Capitolo 2). Ma l'Oera Linda potrebbe essere nel giusto. Da quel che la
leggenda tramanda, la ninfa Calipso era una burgtmaagd (parola che significa
“vergine suprema”, una sorta di capo di un gruppo di vergini vestali), un
concetto che trova riscontro nelle affermazioni fondamentali dell'Oera Linda,
secondo il quale dopo il diluvio i Frisoni avevano preso a navigare per
tutto il mondo conosciuto, civilizzando l'area del Mediterraneo per spingersi
fino in India. A questo punto si può ben capire come mai studiosi e accademici
abbiano sempre disdegnato il libro: prenderlo alla lettera voleva dire riscrivere
dal principio tutta la storia dell'umanità. Se, tanto per fare un esempio,
accettiamo che l'isola di Calipso, Walhallagara, era l'isola di Walcheren
nel Mare del Nord, allora Ulisse aveva compiuto i suoi viaggi al di fuori del
Mediterraneo. Una situazione assai più complicata, che rende la versione di
Omero decisamente più difficile da accettare.
Dopo un secolo di oblio, il Libro di Oera Linda venne riscoperto da uno studioso
inglese di nome Robert Scrutton. Nel suo affascinante libro intitolato
The Other Atlantis egli racconta come nel 1967 lui e la moglie - una sensitiva
dalle doti psicometriche eccezionali (vedi il Capitolo 38) - mentre stavano
camminando lungo Dartmoor avevano sperimentato la devastante visione
di un diluvio: immense, gigantesche ondate verdastre che sommergevano implacabili
le colline tutto attorno.
Otto anni più tardi, nel corso delle sue ricerche si era imbattuto nella leggenda
del diluvio all'interno di un antichissimo testo letterario noto come Le
Triadi del Galles (dove si parla anche di re Artù). Nel libro si racconta che
molto prima che il Kmry (Galles) venisse unito alla Britannia, c'era stato uno
spaventoso diluvio che aveva spopolato l'intera isola. Una sola nave era riuscita
a scampare e coloro che la guidavano erano andati a stanziarsi nella penisola
della “Terra Solatia” (da Scrutton identificata nella Crimea, ancora oggi
chiamata Krym, nel Mar Nero). Poi i sopravvissuti avevano deciso di visitare
luoghi posti a maggiori altezze per colonizzarli, poiché la loro penisola
era soggetta a inondazioni. Alcuni gruppi erano approdati in Italia, altri in
Germania, Francia e Britannia. (Dopo tutto, questa narrazione non sembra in
contrasto con quel poco che conosciamo a proposito di un altro misterioso
popolo, i Celti le cui origini continuano a rimanere del tutto ignote). E così,
alla fine, gli abitanti del Kmry avevano fatto ritorno in Britannia (probabilmente
attorno al 600 a.C.) per fondare la religione druidica, all'inizio dedita
ai sacrifici umani.
Scrutton aveva proseguito nella ricerca portando alla luce altri ricordi relativi
a un grande diluvio a più riprese menzionato non solo nella poetica dei
bardi gallesi ma anche nell'Edda il grande poema epico nordico (dove era citato
col nome di Ragnarok). A questo punto, vale ricordare che
Ignatius Donnely, il cui libro Atlantis: The Antedeluvian
World nel 1882 era esploso come
una bomba (vedi il capitolo dedicato ad Atlantide), l'anno dopo aveva scritto
un altro saggio intitolato: Ragnarok: The Age ofFire and Ice dove aveva cercato
di ricostruire le leggende catastrofiche dell'emisfero settentrionale esponendo,
fra l'altro, una dettagliata teoria in merito alla deriva continentale che
si sarebbe poi rivelata assolutamente congrua e calzante con le successive
ipotesi della scienza geologica terrestre.
Quando Scrutton si era finalmente imbattuto nel Libro di Oera Linda si era
ritrovato assorbito in una storia nuova dell'umanità, straordinaria eppure credibile.
La prima domanda che si era posta suonava così: quale è stata la precisa
natura della catastrofe che cancellò Atlantide dalla faccia del pianeta, spopolando
al contempo le isole britanniche? In The Other Atlantis (1977) immagina
che un gigantesco meteorite o un asteroide si sia schiantato nella regione
del Polo Nord. Il violentissimo impatto aveva avuto la forza di spostare l'asse
terrestre secondo una inclinazione maggiore, così che quelle terre che fino a
quel momento avevano goduto di un clima buono erano di colpo diventate
fredde, sviluppando condizioni artiche. I Greci conservavano nella loro mitologia
la storia dei popoli iperborei che vivevano in modo felice e idilliaco nell'estremo
Nord, quella stessa regione che Scrutton identifica con Atland.
Il gigantesco proiettile astrale, dice Scrutton, aveva prodotto il cratere dell'oceano
Artico, ove fosse possibile prosciugarlo apparirebbe ai nostri occhi
in tutto simile a uno dei grandi crateri che osserviamo sulla faccia della Luna.
Molti massi e macigni che gli studiosi ritengono essere stati nei millenni
trasportati dall'azione dei ghiacciai, per Scrutton non sarebbero altro che i ciclopici
frammenti delle rocce disintegratesi al momento dell'impatto fra la
Terra e il grande corpo celeste. Ma questa parte della sua teoria è facilmente
contestabile. Nella sezione iniziale dell'Oera Linda, infatti, si dice che per
tutta l'estate che aveva preceduto il diluvio «il Sole era stato velato dalle nuvole,
come se non avesse più voluto farsi vedere dalla Terra». C'era stata una
calma perpetua e «una nebbia spessa come sudore si era distesa sulle case e
sui campi». Poi, all'improvviso, «nel bel mezzo della quiete più profonda, la
Terra aveva incominciato a tremare come se stesse per esplodere e i monti si
erano aperti per vomitare fuoco e fiamme».
Non ci sono dubbi che si tratta della descrizione di una eruzione vulcanica,
quella che si crede abbia distrutto Atlantide, che non sarebbe stata sommersa
dall'onda di marea causata dall'impatto con un meteorite. Con questo dobbiamo,
per forza, abbandonare l'ipotesi della caduta del corpo celeste? Non
del tutto. Certamente un grande meteorite precipitato al Polo Nord avrebbe
sollevato ondate a dir poco spaventose, ma se la calotta polare era ricoperta
di ghiaccio, le ondate non avrebbero forse avuto l'energia sufficiente per
sommergere le isole britanniche e l'isola continente di Atland. Al contrario,
la violenta attività vulcanica che ne sarebbe conseguita avrebbe potuto generare
un vero e proprio maremoto, come quello che alcuni storici ritengono
abbia distrutto e inghiottito l'isola di Santorini (e più tardi Krakatoa).
Scrutton cita anche un brano tratto dal testo sacro ed epico
finlandese il Kalevala dove si racconta del Sole scomparso dal
cielo e del mondo congelato.
La correlazione temporale colloca questi eventi nel periodo in cui i Magiari
(gli attuali Ungheresi) e i popoli finnici erano ancora un unico ceppo umano,
vale a dire circa tremila anni or sono.
Secondo Scrutton, nelle cosiddette “mappe geografiche degli antichi re del
mare” così ben studiate dal professor Charles Hapgood (di cui si parla nel
Capitolo 56) esisterebbe la conferma della catastrofe di Atland. Ma, ancora
una volta, sorge un'obiezione. Alcuni carotaggi di terreno
eseguiti nel territorio antartico noto come Terra della Regina
Maud, rivelano che l'ultimo periodo
in cui le terre del Polo Sud non erano ricoperte di ghiacci risalirebbe al
4000 a.C. Ne conseguirebbe che le grandi civiltà che redassero le mappe di
Hapgood avrebbero dovuto esistere e fiorire ben prima.
Questo, ovviamente, non esclude la possibilità di una catastrofe un paio di
millenni dopo: forse la civiltà di Atland era durata duemila anni, come quella
degli Egizi; ma se Hapgood ha ragione e le civiltà di cui fantastica vissero
seimila anni or sono per poi essere completamente dimenticate a seguito di
straordinarie catastrofi, è evidente che metter d'accordo queste due teorie è
alquanto complicato.
Esiste però un modo per farlo senza compiere salti mortali o ipotizzare soluzioni
ancora più assurde delle teorie stesse. Hapgood sostiene che le antiche
mappe sono la testimonianza di una civiltà marittima espansa in tutto il mondo
conosciuto, esistente sin da molto prima dell'era di Alessandro il Grande. Proviamo,
dunque, ad accettare l'esistenza di questa civiltà, che possiamo ipotizzare
fiorente subito dopo l'ultima grande glaciazione, vale a dire il 10.000 a.C.
Seimila anni dopo questa civiltà si è ampiamente sviluppata nell'Antartico e
nell'isola continente di Atland. In altre parti del mondo, come per esempio il
Medio Oriente, è meno fiorente, anche se esistono già città ed è già stata scoperta
l'agricoltura. Per ragioni ignote - ancora oggi, in effetti, nessuno sa con
precisione perché si siano verificate le glaciazioni - il freddo era tornato e le
popolazioni antartiche erano state costrette a migrare altrove, trovando rifugio
soprattutto in Egitto. La gente di Atland, invece, dimorando in una fascia più
temperata, non era stata investita così pesantemente dal freddo e aveva potuto
continuare a restare nell'isola continente. Poi nel 2192 a.C. era sopraggiunta la
grande catastrofe che aveva spostato l'asse terrestre. Era stato allora che gli
abitanti di Atland, come prima quelli del Polo Sud, erano migrati, spostandosi
logicamente verso il sud, in quelle regioni che non erano state colpite dall'arrivo
del ghiaccio e dalle distruzioni provocate dalla catastrofe come, per esempio,
l'india e il bacino del Mediterraneo. Se questo scenario possiede una logica,
allora sia la teoria di Hapgood che quella di Scrutton sono valide.
Una cosa, per lo meno, sembra chiara: le mappe degli antichi re del mare dimostrano
l'esistenza di antichissime civiltà marinare, nate molto tempo prima
dell'era di Alessandro il Grande. Al pari delle mappe, anche il Libro di
Oera Linda testimonia questi fatti. Qualora il manoscritto risultasse essere
una falsificazione la cosa non inficerebbe però l'autenticità delle mappe. A
tutt'oggi, comunque, non esistono prove che il libro sia un falso. È per questo
motivo che sarebbe quanto mai utile una nuova, moderna edizione del testo,
non solo per consentire agli studiosi di valutarlo appieno, ma anche per
permetterne la lettura ai lettori comuni, certamente affascinati dai tanti racconti
di battaglie e uccisioni. Certo che se per caso qualcuno dimostrasse che
il Libro di Oera Linda è autentico, ossia racconta fatti realmente accaduti, allora
la storia dell'umanità dovrebbe essere completamente rivisitata.
 
CAPITOLO 26.
IL MISTERO DI GLOZEL.

Disputa archeologica o frode?
Un giorno del 1869 alcuni cacciatori usciti in battuta dal
castello di Santillana del Mar, ai piedi dei monti Cantabrici
nel nord della Spagna, si accorsero
che un cane della loro muta si era perso. Dopo un'affannosa ricerca erano
riusciti a sentire i suoi lamenti provenire da una spaccatura nel terreno. Dalla
fenditura risaliva un flusso di aria fresca. Scesi nel crepaccio, si erano trovati
dentro a una grande caverna. Recuperato il cane, avevano fatto ritorno al
castello e riferito al loro padrone, don Marcelino de Sautuola, quello che avevano
accidentalmente scoperto. Questi, una volta visitato il posto,
consideratolo una cavità naturale, non lo aveva ritenuto
particolarmente interessante e
aveva dato ordine di chiudere l'accesso affinché i ragazzi del villaggio non
corressero il rischio di precipitarvi. Per i successivi nove anni la cosa restò
sepolta nell'oblio.
Ma nel 1878 alla Esposizione di Parigi don Marcelino era rimasto fortemente
affascinato dalla visita al museo archeologico, dove nelle grandi teche
di cristallo aveva avuto modo di osservare resti e graffiti delle età glaciali.
(L'ultima è finita circa 12.000 anni or sono). Tornato a casa, don Marcelino
si era informato presso esperti e studiosi per sapere dove anche lui avrebbe
potuto rintracciare resti e artefatti dell'era glaciale. Aveva allora deciso di riaprire
l'accesso alla caverna che era tornato a visitare armato di spada e torcia.
I primi scavi furono deludenti: non portò alla luce nulla. Finalmente, dopo
oltre un anno di lavoro, la sua pazienza era stata premiata con la scoperta di
un'ascia e di alcune pietre lavorate usate come punte da freccia. La scoperta
rinnovò le sue energie. Gli scavi ripresero con vigore. Così un giorno, la figlioletta
Maria ch'era con lui nella caverna, aveva preso a chiamarlo tutta eccitata.
La bimba, grazie al suo corpicino, si era infilata in un recesso che il
padre non aveva notato perché posto troppo in basso. Sulle pareti la bambina
diceva di scorgere rappresentazioni di tori in carica. Dapprincipio Marcelino
non fu in grado di scorgere niente, ma una volta avvicinata la candela alla parete,
aveva immediatamente riconosciuto l'occhio di un bisonte. Una perlustrazione
più attenta rivelò che tutta la parete dell'anfratto era graffita con disegni
di bisonti, mucche, tori, raffigurati in tutte le posizioni possibili. Il primo
che don Marcelino riuscì a scorgere interamente era coricato su un fianco,
nell'atto di accasciarsi morto a terra. Ma non era tutto, perché anche le altre
pareti e il soffitto risultavano completamente graffiti. Toccandoli si rese
conto che il pigmento colorato era ancora umido.
Sostenuto dall'amico professore e archeologo Vilanova, Marcelino non esitò
a annunciare al mondo la sua straordinaria scoperta. Curiosi e visitatori -
compreso il re di Spagna - cominciarono a sciamare a frotte nelle grotte (oggi
meglio note come grotte di Altamira). Quando però Marcelino si era recato
al congresso archeologico di Lisbona sulla preistoria era venuto a sapere
con sua grande costernazione che l'opinione accademica considerava la sua
scoperta e i suoi graffiti un falso. Non c'era luminare che valutasse attendibili le sue testimonianze. Il libro pubblicato non venne accolto da nessuno. Si
diceva che gli antichi artisti non avrebbero mai potuto dipingere in quel modo
e con quello stile. Di certo si era al cospetto di una truffa colossale. Il più
acerrimo contestatore di don Marcelino, il Cartailhac, rinomato esperto di
preistoria, arrivò addirittura a negargli l'iscrizione al congresso di archeologia
che si sarebbe tenuto ad Algeri.
Qualche anno dopo anche il Cartailhac scoprì alcune grotte a Les Eyzies,
nella valle del Vézère, portando alla luce alcune pitture rupestri del tutto simili
a quelle di Altamira. Ma era troppo tardi. Quando era andato ad
Altamira per portare le sue scuse a don Marcelino aveva trovato la figlia Maria, ormai
divenuta grande, alla quale non restò che fargli melanconicamente vedere
la tomba del padre.
Questa storia, emblematica del comportamento dei cosiddetti “esperti”, ci è
servita come preludio per raccontare un'altra avventura iniziata nel 1924,
quando una mucca era precipitata in una grotta nel sud della Francia. Il fatto
era accaduto nel terreno della famiglia Fradin, in una fattoria di Glozel, località
non distante da Vichy. Già al tempo della prima guerra mondiale i Fradin
avevano portato alla luce nei loro campi alcuni frammenti di ceramica; ora,
perlustrando la grotta in cui era precipitato l'animale, avevano scoperto una
“specie di tomba”, contenente vasellame e tavolette incise. Il pavimento ovale
era ottenuto con mattonelle, su alcune delle quali si distingueva ancora una
sorta di strato vitreo, mentre qua e là erano stati trovati altri ammassi vetrosi.
Un esperto locale aveva spiegato ai Fradin che molto probabilmente avevano
portato alla luce un sito crematorio, cosa che, fra l'altro, rendeva ragione della
presenza dei granuli vitrei, anche se a seguito di ulteriori visite, il sito sembrò
risalire a tempi più recenti, a una fornace romana se non addirittura medievale.
L'anno seguente, un medico di Vichy di nome Morlet, pure lui archeologo
appassionato, si era recato alla fattoria. Di recente aveva portato alla luce uno
scheletro nel suo giardino di casa. Quando i Fradin si lamentarono con lui dicendogli
che intercedesse per loro presso il comune della città affinché li sollevasse
dal pagamento dei diritti di scavo, Morlet fece l'errore di offrirsi di
acquistare lui i loro diritti. Avrebbero potuto ovviamente continuare a godere
del terreno, ma sarebbe stato meglio circondare la parte interessata dagli scavi
con una staccionata. Fu un grave errore perché questo fu il primo motivo
di accusa mosso ai Fradin dai loro detrattori: avevano inscenato una colossale
farsa solo per guadagnare soldi. Accusa infondata, perché fino all'arrivo
del dottor Morlet, i Fradin non avevano tratto mai un quattrino dalla loro scoperta
archeologica.
Morlet e la famiglia Fradin diedero così insieme il via agli scavi nel terreno,
presto conosciuto come il “campo del morto”. Sin dall'inizio venne alla luce
una varietà impressionante di oggetti fra cui ossa lavorate, disegni di renne su
pietra e strani segni che parevano scrittura. Ed in effetti, vennero trovate molte
tavolette iscritte; ma anche volti graffiti e la figura di un uomo a cavallo di
un animale. Lo scrittore francese Robert Charroux, i cui libri sugli antichi misteri
avevano trovato in Erich von Daniken un estimatore (vedi il Capitolo
44), nel 1969 ebbe a dichiarare in via confidenziale: «Sappiamo ben poco
sulla civiltà di Glozel, salvo che esisteva certamente prima del grande diluvio,
il grande cataclisma che sigillò le grotte di Lascaux e le
necropoli di Glozel appunto, dal momento che a causa del disastro non si salvò nessuno». Secondo
Charroux la civiltà di Glozel fiorì attorno al 15.000 a.C., vale a dire attorno
alla fine dell'ultima era glaciale.
Era il periodo della cosiddetta cultura magdaleniana, quello a cui le pitture
rupestri di Altamira e Lescaux (scoperte nel 1940) sembrano appartenere.
Poiché i cacciatori e i pescatori di questo periodo erano letteralmente sommersi
da abbondanza di cibo, si registrò una vera e propria esplosione demografica,
col trasferimento di molti nuclei umani sulle palafitte. Se Glozel -
come Charroux ritiene - è da ascrivere a questo periodo, è allora probabile
che le numerose tavolette incise venute alla luce raccontino la sua storia, supportando
l'ipotesi di una civiltà molto più antica di quanto crediamo: teoria
che offrirebbe nuovi spunti e argomenti per coloro che sostengono la tesi degli
“antichi astronauti”.
Ma lo studio archeologico delle ceramiche di Glozel ha vanificato questa
possibilità; non da ultimo, inoltre, sappiamo che i resti ceramici più antichi
mai rintracciati al mondo possono risalire al massimo a 9000 anni or sono in
Giappone e poco dopo in Europa. Su alcuni manufatti ceramici di Glozel compaiono
teste di civette, gli stessi motivi che si rintracciano nella ceramica
ascrivibile all'Età del Bronzo (attorno al 2000 a.C.). Lo stesso Morlet, d'altro
canto, aveva datato certe pietre appuntite al periodo Neolitico (la cosiddetta
età della pietra nuova o lavorata) circoscrivibile attorno al 9000 a.C. Se mai
questa ipotesi fosse corretta, vorrebbe dire che l'invenzione della scrittura non
risalirebbe al Medio Oriente (Sumer) come normalmente creduto attorno al
3500 a.C., ma in Francia circa 5000 anni prima. Una eminente autorità in merito
è stato il professor Salomon Reinach, autore di un best-seller sulla storia
delle religioni intitolato Orfeo. La prima reazione davanti ai reperti di Glozel
era stata di rigetto: tutti falsi. In realtà, quando si era recato a Glozel si era decisamente
ricreduto, arrivando a mutare opinione. Anche in questo caso gli
scettici non tardarono a intervenire. Qualcuno arrivò persino
a dire che Reinach aveva deciso di abbracciare la genuinità
dei reperti di Glozel perché,
combinazione, sostenevano in pieno le sue teorie come, per esempio, l'idea
che le renne avessero abitato la Francia, come molti altri archeologi credevano,
e che la Francia e non altri paesi fosse stata la culla della civiltà. Ad ogni
buon conto, mutata opinione, Reinach aveva dichiarato di accettare i ritrovamenti
come genuini, suscitando attorno alla questione un interesse mondiale
che trasformò Glozel in una attrazione turistica fra le più ricercate.
Ma le opposizioni non cessavano. Un gruppo di archeologi disse che si trattava
di un inganno perpetrato dalla famiglia Fradin, che dopo aver realizzato
i manufatti li aveva sepolti per simulare un ritrovamento archeologico. Quando
vennero alla luce altre tombe ritenute altrettanto sospette, gli oppositori
dissero che era per lo meno singolare che in tante migliaia di anni le aperture
di accesso non si fossero ostruite. Venne poi resa pubblica la testimonianza
del direttore del Museo archeologico di Villeneuve-sur-Lot, il quale dichiarò
che un giorno, trovato per caso rifugio in un granaio abbandonato,
aveva trovato alcuni manufatti e oggetti simili a quelli di Glozel non ancora
finiti e alcune tavolette di terracotta ancora da cuocere. Era evidente che se
questo fosse stato confermato, tutto sarebbe saltato in aria. Ma anche in questo
caso c'era un vizio e un sospetto, messo in risalto dai sostenitori dell'autenticità
della civiltà di Glozel: era normale che il direttore di un museo avesse
buoni motivi per cercare di sminuire, per non dire ridicolizzare, le conquiste
e le scoperte di un concorrente.
Nel 1927, per cercare di fare chiarezza, una commissione scientifica di
esperti inviata dal Congresso internazionale archeologico fece
visita a Glozel. Il parere fu decisamente negativo, con la
precisazione che, tutto sommato,
i reperti non erano poi così antichi. Anche la polizia si era scomodata. Prelevati
alcuni campioni, li aveva spediti a Parigi, presso il laboratorio di analisi
del suo centro specialistico. Qui Reinach si era fatto in quattro per riuscire,
tramite l'aiuto di un agente svedese, certo Soderman, a far spedire gli oggetti
da valutare al laboratorio di Stoccolma. La risposta segnalò che il contenuto
organico delle ossa era inferiore a quello di un osso recente. Il rapporto
della polizia parigina, invece, riferiva che gli oggetti rinvenuti a Glozel davano
segno di essere decisamente più freschi, e addirittura la testa di un'ascia
sembrava lavorata con uno strumento e non scalfita a mano. Malgrado tutte
queste pesanti osservazioni, i sostenitori di Glozel non demordevano Quando
venne accusato di falso e frode, Emile Fradin fece causa e vinse; gli venne riconosciuta
come indennità la cifra simbolica di un solo franco.
La controversia comunque non si placò, anche se - come era stato per il caso
di Altamira - era il senso di scetticismo a prevalere, tanto che l'opinione
pubblica si orientò decisamente sull'ipotesi che i reperti di Glozel fossero dei
falsi. Quando nel 1953, l'adesso celeberrimo “cranio di Piltdown” venne riconosciuto
come falso (vedi il Capitolo 33) furono in molti ad accostare a
questo evento i fatti di Glozel. Questo perché anche nel caso della civiltà di
Glozel si era a lungo parlato di anello mancante - nella fattispecie il collegamento
non ancora scoperto fra i cacciatori dell'Età della Pietra e gli agricoltori
sedentari del Neolitico - un buco archeologico a cui gli esperti si riferivano
parlando di “antico iato”. Si credeva che i cacciatori dell'Età della Pietra
avessero seguito la ritirata verso nord dei grandi branchi di renne, mentre
gli agricoltori stanziali del Neolitico avevano trovato dimora altrove, probabilmente
in Asia. Reinach era arciconvinto - e a ragione, come si venne poi
a scoprire - che questi eventi non erano mai accaduti e che molto più semplicemente
gli agricoltori del Neolitico avevano poco alla volta scalzato e sostituito
i cacciatori-raccoglitori dell'Età della Pietra; in questo senso la civiltà
di Glozel colmava lo iato, la lacuna. Ma, proprio come l'anello mancante
evolutivo umano, allo stesso modo lo iato di civiltà si dissolse in una bolla di
sapone, al punto che il caso di Glozel si trasformò da sospetto a irrilevante.
Nel 1974, Emile Fradin - che all'epoca della scoperta era appena diciassettenne
- annunciò ai mass media che alcuni esami scientifici condotti in Danimarca
sui reperti di Glozel ne avevano dimostrato la piena autenticità. La
tecnica usata era stata quella della termoluminescenza. Quando la ceramica
viene cotta, rilascia in libertà degli elettroni che lasciano delle tracce radioattive
nella terracotta lavorata. Dopo, gli elettroni dispersi vengono progressivamente
recuperati dalla radioattività. Se la pasta ceramica è stata cotta fra i
300 e i 500°C, è in grado di rilasciare di una certa luminosità risultante dalla
liberazione degli elettroni. Maggiore è la luminosità irradiata, più antico è il
manufatto esaminato. Alcuni campioni rinvenuti a Glozel erano dunque stati
spediti al dr. Hugh McKerrel del Museo nazionale scozzese di antichità e al
dr. Vagn Mejdahl della Commissione danese per l'energia atomica. Valutata
la termoluminescenza delle ceramiche di Glozel avevano concluso che era
stata cotta all'incirca al tempo di Cristo, qualche pezzo forse 800 anni prima.
Datazione che, ovviamente, contraddiceva quella proposta da Reinach che
parlava di ceramica neolitica; ma demoliva anche le accuse degli oppositori
quando sostenevano che gli oggetti erano stati ottenuti in una fornace della
fattoria dei Fradin. Allo stesso periodo vennero anche associate alcune tavolette
con segni che facevano pensare a una misteriosa scrittura.
Scoppiò una feroce polemica. Gli archeologi accusarono i fisici di dabbenaggine
e superficialità. La BBC non si lasciò sfuggire l'opportunità e decise
di inviare ancora una volta alcuni esperti a Glozel per dare un'occhiata attenta.
Ne venne fuori un'altra soluzione ancora, in grado di complicare ulteriormente
il già intricato intreccio. Se i primi reperti esaminati risalivano dai
2000 ai 2800 anni or sono, allora gli ultimi esemplari di ceramica avrebbero
dovuto risalire al periodo in cui la Gallia (l'odierna Francia) era occupata dai
Romani. Risultò che non era affatto così, si trattava di qualcosa sui generis,
di unico e distinto.
E così il mistero continuava a persistere. Era dunque Glozel un'altra “bufala”
come il cranio di Piltdown? È senz'altro una conclusione tentatrice,
ma se decidiamo di accettarla dobbiamo ignorare alcuni fatti che attesterebbero
l'esatto contrario. Charles Dawson, l'uomo che disse di aver trovato il
teschio di Piltdown, era un archeologo dilettante e poteva avere qualche motivo
per inscenare una truffa (anche se, a tutt'oggi, non si sa ancora quale
avrebbe potuto essere). Ma quando il giovane Émile Fradin e il nonno avevano
scoperto la prima “tomba” (o, meglio, la fornace vitrea) non avevano
alcun motivo per ingannare e se, poi, è vero che le loro scoperte iniziali risalivano
addirittura al tempo della prima guerra mondiale, questo punto diventa
ancora più importante. Non cercarono mai di trarre guadagni e profitti
dal ritrovamento ed era stato soltanto un anno dopo, quando sulla scena
era comparso il dottor Morlet che la famiglia Fradin aveva incominciato a
considerare la possibilità di ricavare del danaro dagli scavi.
Fu forse questo lo spunto che li spinse sulla strada dell'inganno? Non lo
sappiamo, ma potrebbe essere possibile. Viene però spontaneo chiedersi come
un contadino francese rozzo e ignorante abbia potuto realizzare tali e tanti
preziosi manufatti: ceramiche, teste di ascia, figurine in osso, tavolette
d'argilla graffite. Non da ultimo, c'è da osservare che un mattone con “scrittura”
era stato proprio uno dei primissimi ritrovamenti. Va da sé che se questo
era autentico anche tutti gli altri scoperti dopo avrebbero dovuto esserlo.
Se così fosse, la conclusione è che al tempo del grande Socrate, il centro francese
di Glozel ospitava una comunità fiorente, che poteva vantare una propria,
originalissima cultura.
In quanto a Reinach, non possiamo dargli ragione. La scrittura non nacque
per la prima volta in Francia nell'Età della Pietra. C'è però ancora una cosa
da dire (vista la grande confusione): la storia ci ha spesso insegnato e fatto
toccare con mano che i cosiddetti esperti sbagliano spesso e volentieri. Chissà
allora che un giorno anche la famiglia Fradin non venga rivalutata, così
come è già accaduto ad altri scopritori, quale per esempio il bistrattato don
Marcelino.
 
CAPITOLO 27.
IL "POPOLO DEL SEGRETO".

All'inizio del 1883 un libro intitolato Esoteric Buddhism suscitò un tale interesse
da andare esaurito in brevissimo tempo. Ne era autore un uomo magro
e calvo, di nome Alfred Percy Sinnett, redattore del più influente quotidiano
dell'india, il «Pioneer». Ciò che aveva provocato sensazione si poteva
leggere sin dalla prima pagina. Sinnett, infatti, dichiarava di aver appreso tutto
ciò che veniva raccontato in quelle pagine da “maestri occulti”, uomini che
abitavano nelle impervie montagne del Tibet e che erano virtualmente immortali.
Provenendo dalla parola del responsabile di un giornale che era considerato
il portavoce del governo inglese in India, è evidente che la notizia
non poteva essere trattata a cuor leggero come una lunatica fantasia. Un uomo
come Sinnett andava preso con la massima considerazione quando scriveva:
«Per una serie di motivazioni che diverranno via via sempre più chiare
col procedere della lettura, affermo che il nocciolo principale e fondamentale
delle cose che vengono presentate in questo libro mi è stato rivelato con
una precisa finalità, che non è soltanto quella di dare corpo a una pubblicazione,
ma di diffondere queste conoscenze al mondo intero».
Furono in molti a prendere per oro colato ciò che Sinnett diceva. Per esempio,
il sensibile poeta W. B. Yeats, che dopo aver letto il libro ne aveva personalmente
consegnata una copia all'amico Charles Johnston, il quale ne era rimasto
così coinvolto da chiedere e ottenere di uscire dalla sezione inglese
della Società teosofica, editrice del libro di Sinnett, per fondare una filiazione
a Dublino.
Solo tre anni dopo il grande pubblico era riuscito a sapere come Sinnett aveva
ottenuto le sue informazioni segrete, rivelazione che, detto per inciso, non
fece però che confermare gli scettici nei loro dubbi. Nell'ottobre del 1880,
Sinnett e la moglie avevano ospitato per qualche tempo la celebre Madame
Blavatsky, la quale aveva confessato loro che la gran parte della conoscenza
da lei acquisita le era stata trasmessa da “maestri occulti” che dimoravano
nell'Himalaya, convincendoli della sua genuinità attraverso una serie di piccoli
prodigi. Per esempio, una volta, nel corso di un picnic era sopraggiunto
un ospite inatteso e il servizio non era sufficiente. La Blavatsky aveva allora
consigliato a uno dei presenti di scavare in un dato punto del prato. Fra lo stupore
della compagnia, erano venuti alla luce una tazza e un piatto, come se
non bastasse identici a quelli in uso. Quando poi una signora fra i presenti si
era dispiaciuta perché non le riusciva di trovare una spazzola perduta, sempre
la Blavatsky aveva invitato tutti a cercare nel giardino. La spazzola era stata
quasi subito ritrovata, adagiata su un letto di foglie, avvolta in una carta.
Quando poi Sinnett aveva espresso il desiderio di entrare in diretto contatto
con i “maestri”, la veggente gli aveva promesso che sarebbe accaduto. Qualche
giorno dopo, Sinnett aveva trovato sulla scrivania del suo ufficio un messaggio,
il primo di una lunga serie passata alla storia come “Lettere del
Mahatma”. Era da queste comunicazioni che Sinnett aveva ricavato la conoscenza
e le informazioni sul buddismo esoterico esposte nel suo libro.
Ma per sua sfortuna la notizia relativa alle lettere era comparsa in un severo
rapporto sulla teosofia pubblicato nel 1885 dalla Società per la ricerca psichica,
che aveva completamente smantellato ogni cosa. Il lavoro era il risultato
di una lunga ricerca portata a termine da un giovane studioso, Richard
Hodgson, il quale aveva avuto l'opportunità di intrattenersi a lungo con il custode
di casa Blavatsky. Questi, a mezza voce, gli aveva rivelato che i presunti
miracoli della sua padrona scaturivano in realtà da semplici trucchetti.
Il rapporto stilato da Hodgson era stato impietoso ed aveva avuto l'effetto di
minare completamente la credibilità della Blavatsky, demolendo al contempo
la storia dei “maestri segreti” tibetani.
Ciò precisato, è necessario dire al lettore che sono comunque lo stesso molti
i punti a favore dell'onestà della signora Blavatsky. Le testimonianze di
non pochi osservatori, rivelano che in lei si potevano concentrare forze psichiche
potenti e superiori. La signora Constance Wachtmeister, una contessa
che a partire dal 1884 era diventata la sua segretaria particolare, trovava tutto
questo molto sconvolgente e irritante. Nella casa, ella divideva la stessa
stanza da letto con la Blavatsky, avendo come unica divisione una semplice
tenda, tesa in mezzo alla camera. Ogni notte quando la veggente si addormentava,
si incominciavano a sentire colpi distinti che, a intervalli di dieci
minuti, si protraevano fino alle sei della mattina. Accanto al
letto, la Blavatsky era solita tenere una lampada accesa. Una
delle prime sere trascorse insieme,
una volta accertatasi che la veggente si era addormentata, la contessa
Wachtmeister era andata a spegnere la lampada. Non aveva fatto in tempo a
tornare al di là della tenda che la lampada era nuovamente accesa. Madame
Blavatsky era chiaramente addormentata e in tutti i casi avrebbe dovuto avvertire
il rumore dello sfregamento di un fiammifero. Per tre volte l'aveva
spenta e per tre volte si era accesa da sola. Frattanto i colpi erano proseguiti. La
terza volta in cui l'aveva spenta aveva avuto modo di osservare, con suo
grande spavento, una mano senza corpo fluttuare nell'aria e riaccenderla.
Terrorizzata aveva svegliato la Blavatsky, la quale si era destata a fatica, pallida
e scossa, Poi le aveva chiesto di evitare di svegliarla in modo brusco,
spiegando che quando si trovava a colloquio coi “maestri” era pericoloso destarla
di soprassalto.
Charles Johnston racconta di una volta in cui aveva notato HPB (come familiarmente
i suoi adepti amavano chiamare la Blavatsky) tamburellare con le
dita in modo distratto sul piano di un tavolo. Ad un tratto, aveva sollevato le
mani di una trentina di centimetri dal piano, ma il ticchettio del tambureggiamento
era continuato lo stesso. Volgendosi verso Johnston, la Blavatsky
gli aveva detto che stava per inviargli dei “colpi astrali” che avrebbe percepito
sul dorso della mano. «Sono in grado di percepirli e di sentirli. Sono come
delle scintille che si sprigionano da un conduttore di energia elettrica o,
per meglio dire, è come se dalle mie dita si sprigionasse un'energia vitale,
guizzante come il mercurio».
Certo, avrebbe potuto essere tutto una messa in scena, ma ne dubitiamo. Se
solo accettiamo come possibile l'ipotesi che esistano dei medium che posseggono,
o sono posseduti, dei poteri “magici”, non c'è dubbio che Madame
Blavatsky apparteneva a questa categoria e se, facendo un ulteriore passo in
avanti, accettiamo l'idea che fra loro ce ne siano alcuni veramente genuini,
la questione immediatamente successiva è chiedersi se questa loro energia
misteriosa derivi dall'attività inconscia della mente o da qualche fonte esterna,
per esempio, una emanazione del cosiddetto “inconscio collettivo” ol'azione
di qualche “spirito”. Sebbene con qualche riluttanza, sono molti gli
studiosi del paranormale che a fronte della realtà dei fatti si sentono quasi
costretti a immaginare una forza esterna, anche se, singolarmente, non ce n'è
uno soltanto che conceda una qualche chance di possibilità all'esistenza degli
spiriti.
Lo psichiatra Wilson Van Dusen, che ha avuto modo di occuparsi e studiare
centinaia di pazienti sofferenti di allucinazioni presso l'ospedale statale di
Mendocino, è arrivato alla sorprendente conclusione che la natura delle allucinazioni
era già stata accuratamente descritta dal mistico svedese del XVIII secolo
Emanuel Swedenborg. Esse ricadono in due categorie, che Swedenborg
definisce di “ordine superiore” e “ordine inferiore”. Queste ultime, di norma,
sono sciocche e ripetitive, secondo uno schema comportamentale simile a
quello di «un depresso in preda all'alcol che gode nel compiacersi delle sue
disgrazie e dei suoi mali». Invece, le allucinazioni di ordine superiore sembrano
più rivolte verso «il simbolismo e la religiosità, sono positive ed educative».
Fra i tanti soggetti, Van Dusen contava un operaio della società del gas
soggetto a allucinazioni di questo genere, attraverso la visione di una bella signora
che gli mostrava dei simboli. Nel corso della terapia, Van Dusen era riuscito
a instaurare un vero e proprio dialogo con la misteriosa entità alla quale
aveva chiesto di aiutarlo nella guarigione del paziente. Quel giorno, terminata
la seduta terapeutica l'uomo, completamente all'oscuro di ciò che era accaduto,
aveva chiesto al terapeuta di raccontargli tutto.
Dunque, se siamo pronti ad accettare queste testimonianze, diventa plausibile
anche ipotizzare che le rivelazioni della Blavatsky siano genuine e non
frutto di invenzioni fantasiose. Alle domande della contessa Wachtmeister
aveva risposto che i colpi che sentiva altro non erano che il “telegrafo psichico”
che si veniva a instaurare fra lei e i maestri lontani, che vigilavano sul
suo corpo addormentato. Ammettendo che questi maestri siano equiparabili
agli “angeli” di Swedenborg o alle “allucinazioni” del dottor Van Dusen, diventa
quasi automatico che le dichiarazioni di HPB rispondano a verità. Ciò
assodato, il problema è quello di vagliare e comprendere la natura del fenomeno,
l'esistenza di qualcosa di effettivo che agisce in questi frangenti, questione
estremamente spinosa da risolvere.
L'invenzione dei maestri segreti e occulti non è opera della Blavatsky, ma
della tradizione “occulta” più antica. Il compositore Cyril Scott, che era anche
un “occultista”, nel suo libro Outline of Modem Occultism (1935), scrivendo
a proposito degli elementi fondamentali delle scienze occulte, osserva:
«Per prima cosa, l'occultista è consapevole che l'uomo è in continuo progresso,
da una situazione di imperfezione verso una superiore di evoluzione
fisica e psichica. In secondo luogo, questo processo di continuo miglioramento
è governato da una Grande Gerarchia di Intelligenze, che già sono approdate
a uno stadio di consapevolezza superiore».
Ora, sono molti gli studiosi e i filosofi moderni che ritengono l'uomo coinvolto
in una dinamica evolutiva comprendente mente e corpo secondo una
prassi che non contempla solamente meri processi di progressione darwiniana
(in proposito è estremamente interessante l'opera di Arthur Koestler dal titolo
Beyond Reductionism). Tuttavia da qui ad ammettere che ogni meccanismo
evolutivo sia innescato e dipenda unicamente dall'azione di “intelligenze
superiori”, comunque ce ne passa.
Si tratta di una considerazione condivisa sul piano della realtà cibernetica
dallo scienziato David Foster che ne parla ampiamente nel suo libro L'universo
intelligente. Il concetto è semplice: anche sotto il profilo cibernetico,
l'evoluzione sembra essere un processo guidato da un intervento esterno intelligente.
Come il lettore sa, la cibernetica è la scienza che tende a concepire
e realizzare macchine il cui funzionamento sia il più possibile vicino alla
logica umana, come, per esempio, accade con una lavatrice che è in grado
da sola di compiere una serie anche complessa di operazioni come riscaldare
l'acqua fino a una data temperatura, lavare i panni per un certo periodo,
risciacquarli, asciugarli e quant'altro ancora. Ma tutti questi processi
sono programmati all'interno della macchina e possono essere selezionati
agendo su di un tasto o inserendo una piccola tessera in una fessura della lavatrice,
dove ciascuna tacca corrisponde a una specifica operazione e programma.
In questa prospettiva, una ghianda può benissimo vedersi come un
dischetto contenente un preciso programma genetico, che è quello della
quercia. Ed è in questa dimensione che ragiona e si muove un cibernetico: la
ghianda è in tutto e per tutto uguale alla scheda in plastica della lavatrice,
perché in ambedue esiste il concetto di programmazione di base. E forse
possibile che una ghianda sia programmata solo e soltanto dalla spinta evolutiva
della selezione darwiniana? Uno dei punti cruciali che Foster mette in
giusto risalto consiste nell'osservare che in qualsiasi programmazione cibernetica
è assolutamente assodato che l'intelligenza di chi imposta l'operazione
deve essere di qualche grado superiore a quella del programma che sta
partorendo. La stessa cosa capita quando usiamo un'auto o una macchina da
scrivere elettrica: il nostro cervello deve lavorare con una velocità superiore
rispetto alla risposta del manufatto, perché se solo la macchina procedesse
secondo un ritmo superiore al nostro, l'unico risultato sarebbe un gran pasticcio,
una disastrosa confusione. Nella scienza cibernetica, una luce blu
può rappresentare un programma per quella rossa, ma non viceversa, in base
allo stesso principio per cui se Dickens può creare il suo signor Pickwick,
non può accadere il contrario, ossia che Pickwick dia vita a Dickens. In virtù
di questa osservazione, Foster fa un passo avanti e afferma che le energie
impegnate nel DNA debbono essere, giocoforza, superiori a qualsiasi altro
genere di energia rintracciabile sulla Terra. Un processo che, a suo dire,
coinvolgerebbe forze dello stesso ordine di complessità e energia dei raggi
cosmici. Va da sé che un simile discorso non può che condurre a una sola,
logica, osservazione di fondo, vale a dire che la complessità straordinaria
della vita sul nostro pianeta non può che derivare da una qualche intelligenza
che sta “al difuori”.
Un concetto un po' forzato, che possiamo rintuzzare quando parlando dell'istinto
possiamo concepirlo molto complesso e dunque accreditargli la capacità
di apparire ai nostri occhi come una sorta di superintelligenza. Basti
pensare ai calcolatori umani, quegli individui che sanno risolvere operazioni
matematiche lunghe e laboriose in brevissimo tempo, i quali il più delle volte
rivelano un'intelligenza del tutto normale, se non addirittura inferiore alla
media. Eppure, se è vero che a ben guardare non esiste alcuna necessità evolutiva
perché il cervello umano risolva questi problemi di natura matematica,
come mai lo fa lo stesso? Un fisiologo potrebbe rispondere: semplicemente
come sottoprodotto della sua attività, allo stesso modo in cui un semplice sistema
di calcolo, come per esempio quello di un abaco, è in grado di moltiplicare
i numeri all'infinito, ben oltre l'immaginazione dell'uomo. Per chi è
convinto che l'evoluzione sia un processo premeditato, i casi dei cosiddetti
calcolatori prodigio tornano assai utili per dimostrare che le facoltà più elevate
dell'uomo non possono in alcun modo venire spiegate solo ricorrendo
alla teoria evoluzionistica di Darwin.
Al pari di Madame Blavatsky (che morì nel 1891) sono molti gli “occultisti”
(uso questa parola nella sua accezione più ampia per indicare tutti coloro
che sono in qualche modo coinvolti nell'interesse per i fenomeni paranormali)
che sostengono di essere in contatto con intelligenze superiori. Alice
Bailey divenne una delle più attive adepte della Società teosofica proprio alla
morte della Blavatsky, convincendosi di avere rapporti di comunicazione
con il Mahatma di Sinnett (ricordo che la parola significa “grande anima”), il
cui nome era Koot Hoomi.
Nel 1919, completamente disgustata dalle continue diatribe che dilaniavano
la Società teosofica, la Bailey ne era uscita per fondare un proprio gruppo e
pubblicare una nutrita serie di libri, che diceva ispirati e dettati da un'entità
disincarnata che si faceva chiamare il “Tibetano”.
Il reverendo Stainton Moses, uno dei primi aderenti alla Società di ricerche
psichiche inglese, era solito ricorrere alla cosiddetta “scrittura automatica” per
ottenere una grande varietà e quantità di scritti, editi postumi nell'opera dal titolo
Spirit Teaching. Alcuni di questi testi furono pubblicati in estratto nella rivista
«Light»; tuttavia Moses provava sempre un certo imbarazzo nel riconoscere
che gli spiriti con cui entrava in contatto portavano nomi illustri, come
Platone, Aristotele e almeno una mezza dozzina di grandi profeti biblici dell'Antico
Testamento. Eppure, era evidente a chiunque che tutto ciò che scriveva
non poteva se non in minima parte essere farina del suo sacco,
ossia della sua mente inconscia. Un giorno, nel corso di un esperimento, Moses aveva
chiesto allo spirito con cui stava intrattenendosi di sottoporsi a una prova: andare
alla biblioteca, scegliere l'ultimo libro del secondo scaffale e leggere l'ultimo
paragrafo che compariva a p. 94. Ebbene, lo spirito non solo aveva acconsentito,
ma realizzato l'impresa nel modo più brillante. Ma siccome Moses
non era ancora convinto, era stato lo stesso spirito a indicare un altro libro.
Dopo aver dettato un passaggio tratto da Pope, gli aveva comunicato con esattezza
dove avrebbe potuto andarlo a pescare. Quando Moses aveva estratto
dallo scaffale il libro segnalato e lo aveva aperto alla pagina indicata aveva
potuto seguire parola per parola ciò che lo spirito andava leggendo.
Nel 1963 due occultisti americani, Jane Roberts e suo marito Rob, incominciarono
a sperimentare con una tavoletta del tipo ouija board, ispirati da ciò
che era emerso nello straordinario caso di Patience Worth (vedi il Capitolo
36). Nel corso delle sedute comparivano molte persone che declinavano le
loro generalità e consegnavano dei messaggi. Fra queste uno spirito in particolare
si era presentato con sempre maggiore frequenza. Si faceva chiamare
Seth: «Divenne immediatamente palese che i messaggi ricevuti tramite la tavoletta
avevano improvvisamente cambiato registro e guadagnato in qualità.
Ora stavamo dialogando con una personalità di rango e livello decisamente
superiore rispetto alle altre, una intelligenza più schietta e una personalità dotata
di un senso dell'umorismo molto spiccato. Una entità che rivelava conoscenze
psicologiche e una cultura così profonde che non avrebbero potuto di
certo scaturire da noi».
Poi Seth aveva iniziato a dettare libri, dal titolo tipo Le comunicazioni di
Seth e Dialoghi con Seth, diventati best-seller mondiali in breve tempo. In
queste pagine una cosa è indubbia: che l'entità scaturisse dall'interiorità più
profonda della Roberts o facesse capo a un essere esterno, si trattava comunque
di una intelligenza superiore. Tuttavia quando Jane Roberts aveva dato
alla stampa il testamento spirituale di colui che lei riteneva il grande filosofo
William James, non c'era stato nessuno che le avesse dato credito. Anche
perché mentre James era noto per scritti arguti e pungenti, l'opera nata sotto
dettatura era venuta alla luce in modo forzato, con un totale mancanza di stile,
come se fosse stato scritto da un liceale: «Quali frastornanti nazionalistici
proclami, confrontati con il fervore quasi missionario degli psicologi, incapaci
di estrarre dall'anima dell'uomo tutte quelle passioni e quelle incongruenze
quivi sepolte, al fine di trattenerle per cogliere gli splendenti obiettivi
del progresso, dell'operosità e della manipolazione della natura da parte
dell'essere umano».
In questa frase per chi conosce il modo di scrivere di James, emerge una incongruenza
stilistica evidente. Egli non avrebbe mai detto «al fine di trattenerle
per...», ma più semplicemente «per imbrigliarle...».
Malgrado queste cadute di stile e la forma decisamente piatta della maggior
parte del testo, Seth a volte riesce lo stesso a esprimere concetti importanti e
profondi, come, per esempio, quando nel libro intitolato La vostra realtà
quotidiana mette in risalto l'importanza della mente conscia e della decisione
consapevole: «Mi rendo ben conto che la maggior parte delle
mie affermazioni contraddice l'idea di coloro che ritengono la
mente conscia senza
potere e che la soluzione dei problemi giace in realtà ben più in profondità,
nell'inconscio. Ovviamente la mente cosciente è un fenomeno, non una cosa.
Per questo muta in continuazione e può essere concentrata o orientata dall'ego
verso infinite direzioni. Può volgersi verso il mondo esteriore o ripiegarsi
su quello interiore, per compiacersi di osservarne il contenuto... Si tratta di un
sistema assai più flessibile di quanto possiamo immaginare».
Commenti e osservazioni simili così profondamente contrari ai dogmi consolidati
riguardo l'inconscio e il “plesso solare” non possono che avere un
impatto di assoluta freschezza e novità. Insomma, non si tratta dei soliti polpettoni
di ispirati messaggi farraginosi, ma la descrizione di visioni dentro i
poteri della mente. Se Seth non è un'entità esterna, ma una manifestazione
della psiche della signora Jane Roberts, ebbene dobbiamo proprio riconoscere
di trovarci al cospetto di un filosofo di un certo spessore.
L'esperienza del londinese Tony Neate ricade invece in quelle
che Van Dusen non esiterebbe a classificare come allucinazioni del grado superiore. Nel
1950, all'età di soli vent'anni, Neate aveva incominciato a sperimentare con
una tavoletta spiritica rudimentale, composta semplicemente da un pezzo di
vetro che scivolava sul piano liscio di un tavolo. Una volta il pezzo di vetro
era sembrato impazzito ed era schizzato via dal tavolo con una tale velocità
da andare a colpire alla schiena uno dei presenti, ferendolo. Poi Neate aveva
attaccato con la psicometria - ricevendo per via medianica immagini intimamente
collegate alla “vita” dell'oggetto - scoprendo che il più delle volte ciò
che gli riusciva di vedere con gli occhi della mente rispondeva alla realtà, a
qualcosa che aveva a che fare veramente con la cosa esaminata. Un giorno,
mentre sperimentava con la psicometria, era caduto in trance e si erano presentati
degli “spiriti” ansiosi di comunicare per il suo tramite. Uno di questi,
che diceva di essere Freud, aveva dato l'indicazione di un libro scritto in tedesco
e rimandato alla lettura di un dato brano a una data pagina. Dopo alcune
ricerche Neate era riuscito presso la Biblioteca di Londra a risalire al testo
citato, a rintracciare il brano trovandolo perfettamente collimante a quello
menzionato dallo spirito. Un'altra volta, uno “spirito” che diceva di essere
una certa cantante di nome Melba aveva parlato di un concerto da lei dato
nella città di Bruxelles. Anche in questo caso il racconto si era rivelato veritiero.
A partire dal Natale del 1955 Neate aveva incominciato a entrare in contatto
con una entità che si faceva chiamare Helio-Arcanophus (H-A per brevità),
un abitante di Atlantide; il nome significa “gran sacerdote del Sole”. A questo
punto Neate e i suoi seguaci avevano fondato una società detta gli
Atlantidei, con sede presso una grande fattoria nel Malvern occidentale. La scrittrice
Anne Wilson testimonia di aver trascorso un po' di tempo presso la comunità.
L'esperienza viene narrata nel libro Where there's Love dove si vede
come anche H-A, al pari di Seth, è un'entità diversa, eccezionale, che ha molte
cose importanti e profonde da comunicare. Leggendo queste pagine gli
scettici non possono che appellarsi all'inconscio di Tony Neate e non certo a
qualcosa di esterno. Ma, allora, come giustificare la citazione di Freud e le
informazioni ottenute da Melba? Eppure se accettiamo il canale del paranormale,
grazie al quale ottenere queste o qualsivoglia altra informazione, come
per esempio nel caso degli scritti di Glastonbury (vedi oltre), diventa ovviamente
possibile che lo stesso possa essere accaduto alle comunicazioni trasmesse
da Seth e da Helio-Arcanophus.
Non tutti gli insegnamenti occulti però provengono da entità disincarnate,
molti vengono presentati con la pretesa di essere stati preservati e conservati
nel tempo grazie all'operato di società e gruppi iniziatici. George Gurdjieff,
uno dei più originali pensatori del XX secolo, trascorse una bella fetta dei suoi
anni giovanili alla ricerca della “Confraternita Sarmoung”, rivelando di aver
infine appreso tutte le sue conoscenze di base da una congrega religiosa nel
nord del territorio himalayano. Secondo la sua ipotesi, la coscienza ordinaria
altro non è che sogno e ogni azione umana è eseguita in modo meccanico.
Per uscire da questa strettoia che lo soffoca l'uomo è costretto a compiere un
enorme sforzo di volontà. Ma libri esoterici come Alla ricerca dei miracoli
(scritto da P.D. Ouspenskj, il più fedele allievo di Gurdjieff) svelano subito
che dietro questa semplicistica conoscenza psicologica in realtà si nasconde
un sistema cosmologico infinitamente più complesso, che trascura in modo
pressoché totale gli aspetti psicologici e che non sembra proprio possa essere
stato inventato da Gurdjieff.
Tutta questa estesa conoscenza venne ulteriormente elaborata nella bellezza
di quattro volumi da J. G. Bennett nell'opera The Dramatic Universe fondato
sul principio base secondo il quale esiste «una categoria di entità cosmiche
dette “demiurghi” responsabili di mantenere l'ordine universale». Questi esseri
manifestano la loro azione su «scale temporali di gran lunga più estese del
breve arco di vita di un essere umano». Bennett definisce “drammatico” l'universo
per sottolineare l'importanza del libero arbitrio, in quanto la realtà non
è né statica, né morta, né predeterminata e il risultato finale non è preventivabile.
«La chiave di tutto questo sta nella volontà-tempo o Hiparxis. Si tratta di
quella dimensione o regione della realtà in cui la volontà può assumere decisioni
che possono introdurre elementi di novità e di non casualità nel processo
che alimenta il mondo». Ovviamente i demiurghi hanno molto più potere
per introdurre nel mondo qualcosa di nuovo e di avulso dalla casualità, ma pure
loro non sono infallibili. Anche se il loro compito precipuo consiste nel
«guidare l'evoluzione del mondo facendolo uscire dalla sua condizione iniziale
inanimata» essi hanno «espletato questo compito attraverso esperimenti e
prove, a volte perpetrando sbagli e dovendo tornare sui propri passi, altre facendo
compiere veri e propri balzi in avanti, come, per esempio, quando finalmente
la vita era riuscita a emergere dalle acque dell'oceano per dare origine
a tutte le diverse forme viventi». Bennett aggiunge che per Gurdjieff i demiurghi
sono gli angeli, ma che ormai alla parola sono stati attribuiti così tanti
significati che è di gran lunga meglio evitarla.
L'esistenza di una tradizione segreta di conoscenza è adombrata anche nel libro
di Idries Shah intitolato I sufi ed è nella recensione di questo testo comparsa
sul giornale «London Evening News» che il redattore letterario, Edward
Campbell, ebbe modo di scrivere:
Per molti secoli in Oriente si è tramandata una strana leggenda. Essa racconta che in alcuni
centri occulti, forse negli altipiani dell'Asia centrale, esiste una colonia di uomini
dotati di eccezionali poteri. Questo centro agirebbe, almeno per certi aspetti importanti,
come governo occulto del mondo.
Particolari di questa tradizione sono giunti in Occidente fin dal tempo delle Crociate;
poi l'idea era risorta nel 1614 con la comparsa dei Rosacroce; era stata ripresa da Madame
Blavatsky e dal diplomatico francese Jacoliot; rilanciata dall'autore inglese Talbot
Mundy e in tempi più recenti dal viaggiatore di origine mongola Ossendowski nel 1918.
In un luogo misterioso e arcano chiamato Shangri-la, si dice vivano uomini capaci di
andare oltre la normale, attuale evoluzione della razza, così potenti da agire come i veri
e occulti padroni e signori della Terra.
Tramite l'ausilio di assistenti minori - capaci di mescolarsi col resto degli uomini del
mondo, sia in Occidente che in Oriente - essi intervengono in tutti i momenti topici della
Storia, badando a che i fatti si sviluppino in modo che l'evoluzione del nostro pianeta
avvenga sempre coordinata e in sintonia con quella più generale del sistema solare cui
apparteniamo.
Nel suo libro The People of thè Secret (1983) Campbell (sotto lo pseudonimo
di Ernest Scott) riprende il discorso aggiungendo che «nel primo quarto
del XX secolo, la scienza occidentale non ha soltanto toccato un punto critico,
ma addirittura una condizione di stallo, per la cui risoluzione l'unico possibile
sblocco è parso quello di rivolgersi alla cultura dell'Oriente». E continua
dicendo che «questa interpretazione deriva da una forma di intelletto che
è superiore e qualitativamente differente da quello ordinario». Questo genere
di interventi si verifica in modo provvidenziale nei momenti critici della storia
umana, manifestandosi nei modi e nei tempi giusti in tutte le culture del
mondo. Campbell si riferisce a queste influenze chiamandole la “Tradizione”.
A suo avviso, fra 1920 e il 1950, uno degli intendimenti occulti che si è
manifestato almeno in parte è stata la volontà che «venisse pubblicamente rivelato
il meccanismo che sta alla base del disvelarsi della Tradizione stessa».
In merito, Campbell cita due personaggi che a suo giudizio hanno mostrato
di essere eredi di questo messaggio: J. G. Bennett e Rodney Collin, ambedue
seguaci di Gurdjieff.
Per Campbell una cultura civilizzata è paragonabile all'organismo umano:
«Basta una sola cellula spermatica per dare origine a un nuovo individuo. Immaginiamo
un uomo illuminato, consapevole, capace di dar origine a una
nuova cultura. Immaginiamo che nel corso del tempo vi siano stati altri uomini
come questo, sebbene pochi, insospettabili e nascosti, in grado di governare
in modo lucido l'energia entrando così in contatto con il grande fiume
della energia consapevole che sta al di fuori della vita. (Rapportata alla
terminologia di Bennett questa immagine ci parla dei Demiurghi e del loro livello
di consapevolezza). Ebbene, questi uomini consapevoli e coscienti starebbero
alla cultura umana come una cellula spermatica sta alle cellule tissutali
che compongono il corpo umano».
Poi Campbell tratteggia i diversi “sistemi culturali” così come li presenta
Rodney Collin nel suo lavoro intitolato Le influenze celesti al Capitolo XVI:
uomo dell'Aurignaciano, uomo del Magdaleniano, uomo del Medio ed Estremo
Oriente (Egitto, Sumer, antica India), uomo del periodo greco-romano,
uomo del primo cristianesimo, uomo del Medioevo cristiano, uomo del Rinascimento,
uomo moderno. Secondo questo schema la civiltà egizia diede
origine a quella greca, e questa a sua volta trasmise “energia fertile” a Roma,
per il tramite delle scuole filosofiche degli stoici e degli epicurei. «Ancora
una volta un'era di straordinario progresso sembra sopraggiungere come dal
nulla». Poi il primo cristianesimo era fluito da Roma, ma a partire dall'VIII
secolo si era cristallizzato negativamente nella corruzione della Chiesa e nei
suoi loschi intrighi. La successiva cultura viene indicata da Campbell come
quella della Chiesa medievale originatasi a Cluny, la cui cattedrale «è la sintesi
di tutte le cattedrali gotiche che verranno». «In ciascuna di esse si ha la
sensazione del disegno velato di un'intera cosmologia segreta; una enciclopedia
di pietra che sa parlare a chi è in grado di porsi in ascolto... una summa
sublime del piano e dell'intenzione evolutiva». Campbell è in piena sintonia
con l'enigmatico autore de Il mistero delle cattedrali, di cui avremo modo di
parlare in un altro capitolo, quando le cattedrali gotiche sono comparate a testi
di iniziazione alchemica. I costruttori medievali facevano parte della Tradizione,
così come, dall'altra parte del Mediterraneo lo erano gli architetti
dell'Islam. In merito, Campbell ricorda la spedizione congiunta compiuta dai
costruttori di Cluny e Chartres nella Spagna saracena, da dove erano tornati
per diffondere nuovi esaltanti concetti matematici quali i principi dei logaritmi,
dell'algebra e dell'alchimia.
Tutto questo fermento era la preparazione dello stadio evolutivo successivo:
il Rinascimento le cui ultime propaggini, attorno alla metà del XIX secolo sono state la linfa di quella che è oggi la nostra cultura moderna, per segnare
un momento topico di riferimento, Campbell indica il 1859, l'anno di
pubblicazione dell'opera di Darwin L'Origine delle specie. Per quanto ci riguarda,
la nostra cultura e civiltà moderna ha raggiunto il culmine nel 1935
con lo sviluppo delle strade e dei voli aerei, la radio e il cinema, tutte invenzioni
che, a ben guardare, hanno infatti letteralmente mutato il modo di
essere e di pensare dell'umanità, esattamente come accadde nel Rinascimento
con l'introduzione della stampa. Secondo Campbell la cultura moderna
può protrarsi ancora per circa 600-700 anni, anche se i germi e i fermenti
della nuova era che la sostituirà incominceranno a farsi sentire molto
prima della sua fine.
Il punto di partenza da cui il pensiero di Campbell muove è quello delle “intelligenze
demiurgiche” espresso da J.G. Bennett. Esse sono realtà concrete
la cui azione è ben visibile lungo tutto l'arco della storia dell'umanità. Dal
punto di vista di questo “direttorio occulto”, la prima cristianità viene indicata
come un punto di svolta in negativo. Campbell vede la missione di Gesù
come un evento dal significato universale, un tentativo di introdurre determinate
energie nuove nel processo evolutivo: l'energia dell'amore disinteressato.
Purtroppo, però, gli antichi padri cristiani «rigettarono appieno la componente
sapienziale grazie alla quale accedere allo sviluppo della consapevolezza».
Il motivo stava nel fatto che l'unica necessità per lo sviluppo dello
spirito era il Cristo. Ario, il grande “eretico”, aveva istintivamente avvertito
trattarsi di un errore. Come sappiamo, la sua eresia consiste nell'affermare
che il Figlio non è uguale al Padre: un profondo riconoscimento che Gesù era
stato inviato per inserirsi nel corso della storia dell'umanità in un dato tempo
e per uno scopo preciso. Quando nel 325 d.C. il Concilio di Nicea rigettò
questa proposizione come eretica, venne ripresa la “tradizione demiurgica”.
Tuttavia, dice Campbell:
La responsabilità dei demiurghi come coloro che concretizzano l'evoluzione è rimasta.
I demiurghi continuarono a dover cogliere le tappe evolutive
del mondo, armonizzandole con gli stadi evolutivi del resto
del creato. I loro rappresentanti, raccolti sulla Terra nel
“direttorio occulto”, continuarono a mantenere l'impegno di sollecitare quegli ambienti
sociali e culturali che di volta in volta sarebbero stati i trascinatori dei cambiamenti evolutivi
necessari e previsti. Lo scopo primario è comunque sempre quello di innalzare il
livello della consapevolezza della razza umana nella sua globalità, consentendo ad alcune
individualità di ergersi sopra tutti. In Occidente, l'umanità ha inconsapevolmente abdicato
a questa funzione decidendo che tutto ciò non era più necessario.
La venuta di Maometto è stata un'altra opportunità di crescita. Attorno al
suo insegnamento si è infatti configurata una forte “scuola” di trasmissione
orale. «Il gruppo più affiatato e illuminato, composto da novanta persone, stipulò
un patto di fedeltà reciproca e vennero chiamati “sufi”». (Poche righe
dopo, Campbell fa un po' di confusione su questo concetto, affermando che
ciò non significa che il sufismo derivi direttamente dall'insegnamento di
Maometto, visto che le sue radici prime stanno in Platone, Ippocrate, Pitagora
ed Ermete Trismegisto. Fatta questa precisazione, ciò che intende dire risulta
comunque chiaro). Al tempo dovuto, gli Arabi invasero la Spagna, seminando
con generosità i semi di sapienza da cui sarebbe poi esploso il Rinascimento.
L'interessante capitolo che Campbell dedica ai rapporti fra “Roma, il cristianesimo
e l'islam” contiene un chiaro esempio di ciò che significa un intervento
demiurgico nel corso della storia dell'uomo. I monasteri dell'Europa
occidentale, gli unici luoghi nel Medioevo dove la cultura si era potuta in
qualche modo preservare, erano inaccessibili e lontani per servire veramente
come fulcro da cui divulgare il sapere. Ma ecco accadere un fatto nuovo: la
conversione al cristianesimo dell'Irlanda ad opera di san Patrizio a cominciare
dal 432, con la conseguente «rinascita dell'antica e precedente cultura celtica,
scossa dall'avvento del cristianesimo». L'Irlanda, di colpo, divenne un
centro di sapere, al punto che nell'anno 550 le cronache ci parlano di una nave
intera di studiosi salpata dalla Gallia verso Cork. Il cristianesimo celtico
ebbe il merito di esaltare la letteratura pagana. San Colomba e il suo pupillo
san Colombano inviarono missionari in ogni angolo d'Europa e la tradizione
dice che san Colombano da solo fondò non meno di cento monasteri. Ma alla
fine, con il Sinodo di Whitby del 664, la Chiesa di Roma era riuscita a mettere
in ginocchio, senza però completamente distruggerla, quella celtica. Per
esempio, presso la corte di Carlo Magno agivano costantemente due monaci
introdotti alla conoscenza sapienziale di provenienza celtica. Campbell immagina
che la Chiesa celtica raggiungesse alcune delle sue più profonde verità
esoteriche attraverso l'utilizzo di quelle che lui chiama “tecniche psicocinetiche”.
Come sappiamo, psicocinesi è il termine coniato dagli studiosi del
paranormale per indicare “il potere della mente sulla materia”, una dote che
secondo Campbell sta alla base dell'alchimia. Per quanto ci sforziamo, tuttavia,
non ci riesce di immaginare in quale modo la Chiesa celtica abbia potuto
sfruttare questa potenzialità.
Nel IX secolo nelle città spagnole di Cordova e Toledo incominciarono a
fiorire scuole iniziatiche, le cui conquiste culturali sono avvertibili ancora
oggi. Il dottor Al Razi e il sommo Avicenna, ambedue persiani, sono solo due
tra le tante personalità eccelse che «provvidero con la loro intelligenza e attività
a predisporre il terreno per una formidabile iniezione di cultura all'Europa
intera». Fra questi straordinari fermenti, esistevano anche quelle correnti
culturali che avrebbero dato origine alla Massoneria e all'Illuminismo «impulsi
che all'altezza della loro settima armonica sarebbero poi stati ricompresi
nelle forze che determinarono la Rivoluzione francese».
I successivi cinque capitoli del libro di Campbell, The People of thè Secret,
sono una ricostruzione della storia europea dal punto di vista
“interventistico” da parte delle entità demiurgiche. La
cabala, la sapienza dei Tarocchi e
l'alchimia sono stati veicoli della Tradizione, al pari dei tanti studi condotti
sull'eresia dei catari, la nascita dei trovatori e della poesia, la leggenda di re
Artù e del suo mondo. Ma anche in questo caso, Campbell risale indietro nel
tempo, riconducendo l'origine di tutto alla tradizione dei sufi.
Nel capitolo dedicato a Gurdjieff scrive:
A partire dagli anni Cinquanta incominciò a essere disponibile una grande quantità di
materiale e, se solo si pone attenzione alla logica dei fatti, tutto questo non sembra essere
accaduto casualmente. Se queste conoscenze si sono diffuse, significa che chi di dovere
ha deciso di lasciarle trapelare.
Considerate una a una, in modo separato, queste nuove conoscenze sembrano poca cosa.
Invece, messe insieme e collegate, ci rivelano per la prima volta la vera natura dell'organizzazione,
da tanto tempo immaginata e sospettata ma mai dimostrata, il cui compito
precipuo è quello di aprire al mondo delle inedite possibilità evolutive da inserire nel
processo della dinamica della Storia in determinati momenti critici.
Sulla base di un'evidenza interna ai fatti, possiamo immaginare che questa organizzazione
sia l'espressione dell'azione di uno dei centri ipotizzati da J. G. Bennett, cui è demandato
il compito di fare da guida per il mondo. Nel suo libro The Dramatic Universe
si dice che questi centri di trasformazione si trovino nelle quattro ipotetiche regioni dove
tra i 35.000 e i 40.000 anni or sono la mente umana si è sviluppata ed evoluta nella
sua creatività dando la nascita all'Homo sapiens sapiens. Circa 12.000 anni or sono
questi centri decisero di entrare nell'ombra, per restarvi per oltre ottanta generazioni, al
fine di preparare la nascita dell'era moderna. Da quel che oggi appare, però, sembra che
uno di questi centri, quello più direttamente responsabile dell'andamento della storia dell'Occidente,
a partire dalla seconda metà del XX secolo, abbia deciso, almeno in parte, di
uscire allo scoperto. Come se lo sviluppo ulteriore della civiltà e della cultura occidentali
sia arrivato a un punto per cui non possa ormai più fare a meno di essere consapevole
di quanto si sta poco a poco rivelando.
Poi Campbell ricorda come tutti i tentativi compiuti dai più vicini seguaci di
Gurdjieff di entrare in contatto con i monasteri dei centri di governo occulto
del mondo da cui egli sostiene di avere derivato la sua conoscenza, siano falliti.
«Negli anni Trenta si credette che Ouspenskj fosse riuscito a entrare in
contatto con il Mevlevi (l'ordine dei dervisci) e gli era
stato chiesto di inviare qualcuno di loro in Inghilterra. La
proposta era stata respinta, ma si sollecitava
il contrario, vale a dire l'invio di un rappresentante della sua scuola.
Nel 1939 uno dei più brillanti e promettenti allievi di Ouspenskj era ormai
pronto al viaggio, quando l'inopinato scoppio della guerra aveva congelato
ogni cosa».
Ma nel 1961 un giornalista a caccia di informazioni e materiale per la stesura
di un articolo sulle pratiche esoteriche dei sufi: «si era visto aprire in
modo del tutto inaspettato le porte di accesso a questo mondo esoterico...
L'uomo, Omar Burke, non solo aveva potuto mettere mano su molto materiale
documentale, ma addirittura gli era stato concesso di visitare una comunità,
poi identificata come quella di Kunji Zagh (“l'angolo del corvo”) nel
Beluchistan». Raccolto il materiale e le informazioni, Burke aveva dunque
pubblicato il suo articolo nel numero di dicembre del 1961 della rivista
«Blackwood's Magazine». Presane visione, un membro del gruppo londinese
di Gurdjieff non aveva esitato a dichiarare che a questo punto una delle
tracce del grande maestro era ormai stata rivelata. Però, quando i rappresentanti
del gruppo di Londra si erano messi in contatto con la comunità sufi indicata,
era stato loro risposto che sarebbe stato un viaggio inutile andare fino
nel Beluchistan, dal momento che uno dei fuochi più attivi della corrente sapienziale
si era già spostato in Inghilterra.
Secondo Campbell il grosso della conoscenza esoterica di Gurdjieff deriva
dalla tradizione sufi. Il riferimento al fuoco che si era ormai spostato nelle
Isole Britanniche era probabilmente rivolto al gruppo all'epoca guidato da
Idries Shah, autore del libro I sufi. Bennett infatti aveva lasciato in eredità il
suo centro di insegnamento di Colombe Springs proprio a Shah. Nella sua
autobiografia intitolata Witness Bennett racconta come nel 1962 un amico lo
informasse della presenza di Shah, un sapiente giunto in Inghilterra dall'Afghanistan
alla ricerca dei seguaci di Gurdjieff per poter «completare il loro
apprendimento». Bennett rammenta come dal primo incontro con Shah non
traesse una buona impressione: «Era in continua agitazione, fumava senza
sosta, parlava tanto e sembrava che l'unica cosa che gli importasse fosse fare
una brillante figura. A metà sera il nostro parere era però già mutato. Ci
rendemmo conto che non solo era una personalità fuori dal comune, ma che
portava i segni evidenti di colui che ha lavorato a lungo e con pazienza su di
sé e sul proprio io». Shah non si proclamava un maestro, ma diceva di essere
stato inviato dal suo maestro per «...offrire un supporto e un aiuto ai “Custodi
della Tradizione”». Poi Bennett cita un documento che gli era stato consegnato
da Shah intitolato Dichiarazione del popolo della Tradizione nel
quale si riconosceva apertamente «l'esistenza di una conoscenza segreta,
speciale e superiore, che poteva essere trasmessa». «Mi rivolgo a tutti coloro
cui questo materiale è indirizzato... Questo sapere è concentrato, amministrato
e presieduto da tre generi di individui... Essi sono stati chiamati la “Gerarchia
invisibile” perché di norma non sono mai in contatto o comunicazione
con gli altri esseri umani, quelli ordinari».
Bennett prosegue raccontando come Shah lo convincesse a cedergli il centro
di insegnamento di Colombe Springs senza uno straccio di
accordo scritto e della rabbia che lo aveva preso quando,
neppure un anno dopo, Shah aveva
venduto l'edificio per centomila sterline. A parte queste righe in cui la giusta
animosità di Bennett non può fare a meno di trasparire, risulta però evidente
che Bennett non disconosce comunque alla figura del maestro la possibilità
che fosse realmente chi diceva di essere.
C'è da aggiungere, in merito, che in tutti i modi l'ipotesi di Bennett non cade
né viene meno soltanto per la storia di Shah, quand'anche questi non fosse
stato davvero un autentico rappresentante del “popolo segreto”. È lo stesso
Bennett, infatti, in The Dramatic Universe a proporre il “direttorio occulto”.
Le sue teorie sono ben sintetizzate da Campbell quando scrive:
Il testo della lunga storia dell'umanità è stato scritto da intelligenze superiori a quella
dell'uomo stesso... La responsabilità per la conduzione di questo processo sulla Terra fa
capo ad una intelligenza che viene definita “direttorio occulto”. L'immagine corrisponde
al livello simboleggiato nelle leggende e nella tradizione all'individuale (per esempio, il
“Reggente” oppure all'“Antico dei Giorni”), assimilabile al livello demiurgico o a quello
immediatamente inferiore.
Affiancati alle azioni umane compiute dalle grandi masse di popoli, gli Esecutori e coloro
che per loro agiscono hanno il solo scopo di cercare di elevare la consapevolezza
dell'umanità anche grazie all'intervento di personalità di stampo eccezionale.
Queste stesse illuminate persone possono aspirare a essere ammesse nel simposio dei
reggenti. Il processo tramite il quale essi si qualificano per questo onore è il Magnum
Opus, vale a dire la “grande opera”, una trasformazione che equivale a una rapida ascesa
in verticale rispetto al lento progredire che si innesca con la sola spinta evolutiva tradizionale.
Nel 1857 un'insegnante e autrice americana, Delia Bacon, diede alla stampa
un lavoro provocatorio dal titolo Philosophy of thè Plays of Shakespeare
Unfolded (vedi il Capitolo 8) in cui sostiene che in realtà Shakespeare non
era un individuo ma un gruppo di letterati elisabettiani, forse guidati da Francesco
Bacone, il cui intento era quello di presentare idee nuove e innovative
senza correre il pericolo di essere torturati e messi al rogo. Il libro venne accolto
malissimo e criticato. L'autrice ne soffrì a tal punto da impazzire e morire
poco tempo dopo. Campbell nel suo The People of thè Secret esprime alcuni
concetti identici e certamente gli scettici e i critici si aspettano per il suo
lavoro la stessa sorte di quello della povera Bacon. La più spontanea delle
obiezioni, infatti, non condivide l'idea che i personaggi chiave della storia
dell'umanità - Maometto, Cosimo de' Medici, Darwin, Einstein - siano stati
membri di un “direttorio occulto”, e per spiegare la loro esistenza e l'impatto
che ebbero sugli eventi del mondo non è necessario inventarsi un “direttorio
occulto”, come non è necessario sbizzarrirsi con la fantasia per inventare
ipotesi strampalate.
D'altra parte però è anche vero, come hanno avuto modo di osservare i cultori
della Storia, che in certi momenti determinate idee sembrano, come dire,
“essere nell'aria”, tanto che la lingua tedesca possiede addirittura un apposito
vocabolo per esprimere questo concetto: Zeitgeist. Sembra che quasi tutte
le scoperte e le invenzioni più significative dell'umanità siano state fatte contemporaneamente
almeno da due persone nello stesso momento (basti pensare a
evoluzione, fotografia, relatività, registrazione sonora,
televisione). Il
biologo Rupert Sheldrake ha persino inventato una teoria (che lui definisce
della “risonanza morfologica”) secondo la quale ogni volta che un'ardua tappa
di pensiero è raggiunta, dalla cristallizzazione di una nuova sostanza alla
nascita di una nuova idea, essa prende a espandersi come un'onda sulla superficie
di uno stagno, con l'amplificazione del processo laddove sia necessaria.
Ancora, l'idea di sincronicità proposta da Jung (vedi il Capitolo 54)
ipotizza il collegamento intimo fra il livello mentale e il mondo della materia
fisica, della concretezza delle cose, concetto che non trova alcun precedente
nella filosofia occidentale della scienza. L'idea presuppone infatti di scrollarsi
di dosso l'universo “morto” intuito dalla scienza del XIX secolo per muoverci
verso un “universo intelligente”, quello postulato dal già citato dottor
David Foster. In questa dimensione, allora, si potrebbe anche arrivare a riconoscere
che il “direttorio occulto” di cui si è parlato, ritenuto responsabile del
processo evolutivo della Storia, altro non rappresenti, sebbene sotto forma diversa,
che una estensione di questa idea.
Campbell menziona anche Una visione di Yeats come tipico esempio di
opera ispirata alla Tradizione. Si tratta di una galleria di tipi umani, descritti
sotto l'allegoria delle fasi lunari, uno scritto affascinante, redatto dalla signora
Georgine, la moglie del poeta, sotto dettatura medianica. Anche le entità
che comunicavano con la coppia rivelarono la loro visione della Storia, che a
ben guardare presenta moltissimi punti in comune con tutto ciò che viene
presentato in The People of thè Secret. Ma quando Yeats si offre di «dedicare
ciò che ancora resta della mia vita a spiegare e mettere insieme» questo
complesso sistema, la risposta che gli viene data è questa: «No, ti abbiamo
soltanto offerto delle metafore per la tua poesia». Se il “direttorio occulto”
venisse accettato anche soltanto a questo livello, siamo convinti che, malgrado
tutto, continuerebbe a conservarsi come un'idea non solo affascinante, ma
oltremodo fruttuosa.
 
CAPITOLO 28.
RENNES-LE-CHÀTEAU.

I tesori di Beranger Saunière.
Il mistero di Rennes-le-Chàteau è la storia fantastica di un povero prete che
aveva scoperto un segreto che lo aveva fatto milionario, sconvolgendo in modo
profondo l'esistenza del sacerdote che aveva ereditato da lui quella terribile
eredità.
Nel giugno del 1885 presso il piccolo villaggio di Rennes-le-Chàteau, sul
fronte francese dei Pirenei, si era presentato il nuovo curato. Si
chiamava Béranger Saunière aveva trentatre anni e faceva ritorno alla terra che lo aveva
visto nascere. Dai diari dei suoi primi anni, sappiamo che era poverissimo:
per mantenere se stesso e la sua perpetua doveva farsi bastare l'equivalente
di sei misere sovrane (sterline d'oro) l'anno.
E così solo sei anni dopo il suo arrivo, Saunière aveva potuto incominciare
a pensare di restaurare l'altare della chiesa: una grossa lastra di pietra cementata
da una parte direttamente nel muro e sostenuta dall'altra da due basse
colonnine quadrate in stile visigoto. Una delle due colonne era risultata cava
e dentro il prete aveva trovato quattro rotoli di pergamena infilati in custodie
tubolari di legno. In due erano riportate genealogie di casati e famiglie
locali; negli altri due erano riportati brani tratti dal Nuovo Testamento, scritti
però in un modo strano, senza gli spazi di divisione che separano una parola
dall'altra. Sembravano testi scritti in codice e infatti il codice del testo
più corto era stato interpretato con una certa rapidità. Saunière l'aveva intuito
al volo. Era stato sufficiente riportare di seguito tutte quelle lettere che si
stagliavano leggermente più alte delle altre. Ne era venuto fuori il seguente
messaggio: «À Dagobert II et à Sion est ce trésor et il est la mort», ossia: «A
Dagoberto II, re, e a Sion appartiene questo tesoro, ed egli qui giace». (La frase
finale, potendosi anche tradurre come “ed esso è morte”, come a dire “e
morte a chiunque interferisca”). Dunque si trattava di messaggi segreti da
collegare a un tesoro. Dagoberto era stato un sovrano della dinastia merovingia
francese del VII secolo. Chi aveva scritto le pergamene doveva essere stato
un predecessore di Saunière, forse un prete di nome Antoine Bigou, curato
del villaggio al tempo della Rivoluzione francese.
Saunière pensò che sarebbe stato meglio consegnare i misteriosi rotoli al vescovo
di Carcassonne, monsignor Felix-Arsène Billard, il quale era rimasto a
tal punto incuriosito da quella scoperta da inviare lo scopritore a Parigi allo
scopo di consultare alcuni esperti crittografi. Fra questi vi era l'abate Bieil,
direttore di Saint Sulpice. Il nipote di Bieil era un giovane brillante di nome
Emile Hoffet, studente di linguistica. Anche se Hoffet stava studiando da seminarista,
non disdegnava egualmente di frequentare i circoli occultistici che
su quel finire del XIX secolo fiorivano con grande abbondanza a Parigi, in un
momento in cui tutto il mondo del mistero era in grande fermento. Hoffet non
aveva esitato dunque a introdurre anche Saunière in una congrega di illustri
artisti, fra cui il poeta Mallarmé, lo scrittore Maeterlinck e il musicista Claude
Debussy. Ed era stato proprio Debussy a far conoscere a Saunière la celebre
soprano Emma Calvé. Fra i due era nato subito un profondo affiatamento
e la relazione conseguente difficilmente avrebbe potuto etichettarsi come una
semplice amicizia, d'altra parte Saunière era uomo che amava la buona tavola
e, certo, anche le belle donne.
Prima di lasciare la capitale, Saunière aveva avuto modo di visitare il Louvre
e di acquistare le riproduzioni di tre quadri fra cui I pastori di Arcadia di
Nicolas Poussin, dove si vedono tre pastori adagiati nei pressi di un'antica
tomba sulla quale sta incisa la scritta «Et in Arcadia Ego», che la tradizione
suole tradurre in “Io [la morte] sono anche in Arcadia”.
Quando dopo circa tre settimane Saunière aveva fatto ritorno a Rennes-le-
Chàteau era nel pieno dell'eccitazione a proposito del mistero del tesoro. Con
l'aiuto di tre braccianti alla fine aveva rimosso la lastra davanti all'altare, distaccandola
dal muro. Nella sua parte interna la pietra riportava la raffigurazione
di un cavaliere medievale a cavallo. La data corrispondeva al tempo del
regno di Dagoberto. Scavando ancora, gli aiutanti di Saunière portarono alla
luce due scheletri e - stando alla testimonianza di uno di essi, vissuto fino
agli anni Sessanta del nostro secolo - una pentola piena di «medaglioni senza
alcun valore». A quel punto il prete aveva mandato via tutti, sprangato le
porte della chiesa e trascorso da solo tutta la nottata.
Da quel giorno Saunière, in compagnia della sua perpetua - una ragazza di
nome Marie Denarnaud - aveva incominciato ad andare in giro per i dintorni
con una grossa gerla sulle spalle per tornare riportando pietre per costruire
una piccola grotta artificiale nel giardino della canonica. Non sappiamo se
solo questo fosse lo scopo delle sue sortite. Tra l'altro Saunière compì anche
un piccolo atto vandalico su una tomba ospitata nel cimitero annesso alla
chiesa.
Era quella di Marie, marchesa di Blanchefort, la cui pietra tombale era stata
disegnata da quello stesso abate Bigou che aveva celato le pergamene all'interno
della colonna d'altare. Saunière aveva cancellato l'iscrizione sulla
lapide facendola scomparire completamente e rimosso la stele. Non sapeva
però che un antiquario del luogo aveva già copiato entrambe le
scritte, pubblicandole in un opuscolo. Ciò che compariva sulla tomba è raffigurato nell'immagine
alla pagina seguente.
Le due scritte verticali sui lati della lapide sono facili da decifrare. Si tratta
di un insieme di lettere greche e latine che compongono le parole Et in Arcadia
Ego, esattamente come nel quadro di Poussin. L'iscrizione centrale:
«Reddis Regis Cellis Arcis» può essere così tradotta: “Alla regale Reddis,
nella grotta della fortezza”, dove Reddis era uno degli antichi nomi di Rennes-le-Chàteau,
conosciuta dai Romani anche col nome di Aereda.
    CT GIT NOBLe M
E ? A  ARIE DE NEGRe
T AH  DARLES DAME
I RJ2DDIS RÉ GIS A  DHAUPOUL De
N tr  BLANCHEFORT
m CÈLL1S A ARC1S  AGEE DE SOIX
pie n  ANTESEpTANS
   DECEDEE LE
   XVII JANVIER
JJUG'CUM   MDCOLXXXI
   REQUIESCAT IN
 •JJI  PACE
   (P.S.) PRAE-CUM
 LIXUXL  
La scritta sulla stele (nel riquadro a destra) è poi contraddistinta da alcune
singolarità. Nella prima linea, la i di ci (ci git significa “qui giace”) è stata
impressa come una T maiuscola. La M di Marie è stata volutamente lasciata
alla fine della prima linea. La “e” della parola nobile è scritta in carattere minore.
La parola che segue “negre” dovrebbe leggersi “Dables” e non
“Darles” e quindi non dovrebbe esserci una R ma una B. Nel complesso, in tutta
l'iscrizione sono otto le anomalie, divise in due gruppi di quattro lettere, il
primo di maiuscole, il secondo di minuscole. Dal primo si ricavano TMRO,
mentre dal secondo deduciamo tre “e” e una “p”. Utilizzando in anagramma
le lettere maiuscole, l'unica parola che si ottiene è MORT, ossia morte. Lo
stesso avviene con le minuscole, da cui si ricava: epée, che vuol dire spada.
Per farla breve, queste due parole erano le “chiavi” per liberare i messaggi
segreti celati nelle pergamene trovate nella colonna...
Non sapremo mai se Saunière riuscì da solo nell'opera di decrittazione o se
gli amici esperti crittografi gli diedero spunti decisivi per farcela, ma poco
importa. L'unica cosa certa è che da lì a qualche giorno, Saunière aveva incominciato
a spendere e a spandere una montagna di quattrini. Contattata una
banca parigina, doveva proprio aver fatto colpo, se addirittura gli era stato
spedito un funzionario col solo compito di dedicarsi alla gestione dei suoi beni
e affari. Quindi aveva fatto costruire una nuova strada asfaltata al posto
della polverosa carrettiera che conduceva al villaggio e fatto arrivare l'acqua
potabile nelle condutture di tutto il paese. Per sua dimora aveva fatto realizzare
una splendida villa, circondata da un vasto parco. Per conservare i libri
della sua preziosa biblioteca aveva niente meno che fatto costruire una torretta
gotica sulla cresta della collina. Poi si era dato al collezionismo di chine
cinesi, mobili e oggetti d'arte antichi e aveva preso a invitare e ricevere illustri
ospiti, fra cui Emma Calvé e il segretario di stato per la cultura. In uno
dei suoi visitatori si dice venne riconosciuto l'arciduca Giovanni di Asburgo,
cugino di Francesco Giuseppe imperatore d'Austria. A tavola si consumavano
soltanto cibi prelibati e vini d'annata (non per nulla è significativo ricordare
che Saunière morì per cirrosi epatica).
Molto stranamente, i superiori di Saunière si mostravano interessati a questo
improvviso benessere, ma non andavano oltre una normale, legittima curiosità.
Il prete, poi, era sufficientemente scaltro per tenerli a bada: i proventi
delle messe celebrate in suffragio dei defunti rendevano bene, molti
parrocchiani lasciavano i loro beni alla chiesa e lui, da parte sua, sapeva far
fruttare i quattrini molto bene. Così finché c'era stato il vecchio vescovo tutto
era filato liscio. Con l'avvento del nuovo però le cose erano cambiate.
Questi, infatti, aveva sin da subito mostrato una speciale curiosità verso le
ricchezze di Saunière e gliene aveva chiesta immediata giustificazione. Davanti
al suo diniego, l'alto prelato aveva dato disposizioni per un suo trasferimento
in altra diocesi. Ma Saunière non si era mosso. E anche quando in
paese era arrivato il suo sostituto, la gente non ne voleva sapere ed aveva
continuato a considerarlo come l'unico e solo pastore spirituale del villaggio.
Quando nel 1917, all'età di sessantaquattro anni, Saunière era stato colto
da infarto, prima di morire aveva voluto parlare col sostituto. Una leggenda
forse un po' troppo fantasiosa tramanda che quando l'uomo era uscito
dalla stanza era pallido e profondamente scosso e da quel giorno mai più
nessuno lo vide ridere.
La perpetua, Marie Denarnaud, visse fino al 1953 in condizioni agiate.
Quando al termine della seconda guerra mondiale il governo francese aveva
deciso di immettere nel paese la nuova valuta, chiedendo di essere aggiornato
in merito alla provenienza delle ingenti fonti di denaro (un piano strategico
per tagliare le ali agli evasori e ai profittatori), la donna era stata vista un
giorno dare fuoco in giardino a una vera e propria montagna di biglietti da
dieci di vecchi franchi. Ciò malgrado, le era bastato affittare la bella villa per
continuare a vivere sempre con un tenore di vita decisamente alto. Era evidente
quanto tenesse a non tradire il grande mistero che la legava a Saunière.
Poco prima della morte aveva predetto al suo affittuario che gli avrebbe rivelato
il prezioso e unico segreto che l'aveva fatta ricca; ma non aveva fatto in
tempo, stroncata da un ictus che, fra l'altro, le aveva anche tolto la favella.
Va da sé che la soluzione del mistero va ricercata nella scoperta da parte di
Saunière del tesoro menzionato nelle pergamene segrete, trasformato in moneta
corrente. Se le cose stanno così, ciò che conta è dunque
scoprire che cosa mai fosse scritto nelle pergamene e come
Saunière sia riuscito a decifrarlo,
seguendo le indicazioni necessarie.
Qui inizia una nuova storia.
Nel 1969 Henry Lincoln, un moderno ricercatore dell'occulto, era rimasto
profondamente eccitato dalla lettura del libro di Gérard de Sède dal titolo Le
trésor maudit. Egli aveva visitato più volte Rennes-le-Chàteau e al suo mistero
aveva dedicato un programma televisivo della BBC intitolato Il tesoro
perduto di Gerusalemme...! Lincoln aveva dunque deciso di andare a trovare
de Sède a Parigi, il quale, prima della messa in onda del programma televisivo,
gli aveva mostrato la soluzione dell'enigma col codice del “cifrario lungo”
desunto dalla colonna visigota dell'altare. De Sède gli disse anche di essere
arrivato al successo grazie alle indicazioni dei funzionari dei servizi segreti
francesi che erano venuti a capo della decrittazione tramite il computer.
Ma Lincoln non ci aveva creduto, trovando conferma nel corrispondente servizio
segreto britannico, dal quale aveva saputo che nessuno avrebbe potuto
decifrare quel tipo di codice con un computer.
Si trattava, infatti, di un codice estremamente complesso, tanto intricato che
lo stesso Lincoln si guarderà bene dal cercare di darne anche solo un cenno
esplicativo nel libro che dedicherà al mistero. Decifrarlo comportava l'applicazione
di un meccanismo noto agli addetti ai lavori come processo di
Vigenère, un metodo che richiedeva di scrivere l'alfabeto per
ventisei volte all'interno
di uno schema quadrato, con la prima linea che inizia con la lettera A, la seconda
con la B, la terza con la C e così via. Poi la chiave del codice - in questo
caso Mort epée - veniva sovrapposta su tutto il messaggio, nella fattispecie
sul testo trascritto sulla più lunga delle due pergamene con la trasformazione
delle lettere con un semplice procedimento utilizzando le tavole di Vigenère.
Ma la cosa non aveva funzionato, perché il testo restava incomprensibile. Il
tentativo successivo era quello di far scorrere ciascuna lettera di una posizione
lungo l'alfabeto. E ancora la cosa non aveva dato frutti. Il passo dopo era quello di utilizzare una nuova chiave da distendere sul testo da decifrare. Questa
volta la chiave era l'intero testo scolpito sulla lastra tombale, a cominciare con
la frase «Ci git noble Maria», utilizzando inoltre anche i due gruppi di lettere
finali “P.S.” e “Prae cum”. (parole latine che stanno per “prima” e “con”). La
nuova chiave veniva nuovamente applicata al testo, questa volta spostando le
lettere alfabetiche di due spazi. Infine, il testo veniva suddiviso in due gruppi
di 64 lettere, disposte su due scacchiere e dalla postazione del cavallo venivano
compiute alcune mosse a “elle” tipiche del cavallo appunto. Dove “cadeva”
la mossa si prendeva atto della lettera che vi stava scritta. La serie di queste lettere
indicate dalle mosse del cavallo venivano quindi riportate a parte per riuscire,
alla fine, a ottenere un messaggio, per quanto ancora sibillino. Eccolo:
BERGERE PAS DE TENTATION QUE POUSSIN TENIERS GARDENT LE CLEF PAX
DCLXXXI PAR LA CROD( ET CE CHEVAL DE DIEU J'ACHE VE CA DAEMON DE GARDIEN
A midi pommes BLEUES. Grosso modo traducibile con: PASTORELLA nessuna
TENTAZIONE CHE POUSSIN E TENIERS TENGONO LA CHIAVE DELLA PACE
681 SULLA CROCE E QUESTO CAVALLO DI DIO IO RAGGIUNGO [DISTRUGGO]
QUESTO DEMONE GUARDIANO A MEZZOGIORNO LE MELE BLU.
È questo, si presume, il messaggio che aveva condotto Saunière al tesoro.
Se è così davvero, nasce immediata la domanda: ma come fece il prete a decifrare
il messaggio? Certo, aveva a disposizione tutte le “parole chiave” della
lastra tombale di Marie de Blanchefort e fosse anche stato al corrente del
metodo della tavola di Vigenère e del salto della mossa del cavallo, ci sembra
che tutto questo sia veramente troppo per la mente di un modesto prete di
campagna, per quanto geniale e intuitivo, senza alcun allenamento in crittografia.
Adesso, lasciando momentaneamente da parte il vero significato del
messaggio, chi fornì a Saunière l'indizio corretto per riuscire a raccapezzarsi
in un labirinto così complesso e intricato?
Lincoln non può che concludere, logicamente, si sia trattato di qualcuno che
già possedeva qualche conoscenza per risolvere il mistero, se non addirittura
un gruppo o una setta. La stessa organizzazione, forse, da cui il suo stesso
informatore, Gerard de Sède, aveva a sua volta ottenuto indiscrezioni. Questo
sospetto sta alla base del gran numero di libri sul mistero di Rennes-le-
Chàteau che incominciarono a uscire a partire dal 1956. Alcuni autori preferivano
l'anonimato, nascondendosi dietro pseudonimi del tipo “Antonio l'eremita”.
Testi rintracciabili presso gli archivi della Biblioteca Nazionale, anche
se pressoché irraggiungibili in quanto non sempre disponibili, come uno
di essi, il più interessante, che, combinazione, continuava a essere preso a
prestito, di tre mesi in tre mesi e mai restituito. Ad ogni buon conto, la ricerca
nella Biblioteca aveva ben fruttato. Lincoln era infatti riuscito a mettere le
mani su una interessante miscellanea di curiosità, raccolte in un libro prezioso
dal titolo Dossier segreti. E in uno di questi singolari documenti si parlava
di un ordine segreto, quello del Priorato di Sion. Come il lettore ricorderà,
il documento più breve scoperto da Saunière nella colonna d'altare terminava
con le lettere P.S., mentre quello dal testo più lungo - da dove si ricava il
messaggio della “pastorella” - si chiude con la segnatura NO - IS, che lette al
contrario danno SION. Secondo questo documento, fra i grandi maestri di
questo ordine occulto c'erano Nicolas Flamel (l'alchimista che la tradizione
indica come l'unico giunto alla trasformazione in oro del vile metallo), Leonardo
da Vinci, Isaac Newton, Victor Hugo e Claude Debussy, il musicista
che, non dimentichiamo, Saunière aveva incontrato proprio a Parigi. Ecco,
forse qui si può rintracciare la fonte che suggerì al prete la chiave del codice.
Ma, che cos'era il Priorato di Sion? Stando ai Dossier segreti si trattava della
gerarchia occulta dell'ordine dei “monaci guerrieri”, ossia dei Cavalieri
Templari. Nell'anno del Signore 1118, dopo che la prima crociata aveva aperto
la strada della Terra Santa ai pellegrini cristiani, un cavalieri di nome Ugo
di Payens aveva concepito l'assurda idea di custodire e proteggere i perigliosi
itinerari che conducevano nei santi luoghi con un ristretto manipolo di cavalieri
scelti. Sebbene incredibile, l'iniziativa aveva avuto un successo a dir
poco strepitoso, al punto che all'ordine era stata assegnata un'ala del tempio
di Salomone sul monte Sion a Gerusalemme da utilizzare come quartiere generale.
Col tempo, grazie ai pellegrini che lasciavano in eredità beni e ricchezze,
l'ordine era diventato florido: i banchieri della Terra Santa. Come
l'ascesa era stata repentina, così il tracollo, avvenuto due
secoli dopo, era stato improvviso e drammatico, quando il re
di Francia Filippo il Bello, con un
vero e proprio colpo di mano, il 13 ottobre del 1307 aveva fatto arrestare tutti
gli adepti in un sol colpo, con l'accusa delle più immonde nefandezze e
blasfemie. Decine di cavalieri vennero torturati e uccisi. Nel 1312 l'ordine
era stato sciolto. Filippo aveva centrato il suo obiettivo - impossessarsi di
tutti i loro beni - ma non ce l'aveva fatta a mettere le mani sul grosso del tesoro
che si trovava a Bezu, molto vicino a Rennes-le-Chàteau...
Il monte Sion si trova nei pressi di Gerusalemme, tanto che sovente nelle
scritture la città santa è detta Sion. Ne i Dossier segreti l'Ordine di Sion (come
era chiamato in origine) era la società segreta che aveva dato origine ai
Templari, rimasta intoccata dalla triste fine dei cavalieri. Ma, qual era la finalità
del Priorato? In apparenza, restaurare la dinastia dei Merovingi - quella
fondata da re Clodoveo all'inizio del VI secolo d.C. - sul trono di Francia.
Col tempo, i sovrani merovingi si erano sempre più indeboliti - non per nulla
passarono alla storia come i “re fannulloni” - lasciando le redini del governo
in mano ai loro maggiordomi (ovvero i Maggiori di Palazzo). Fino a
che nel 679 uno di questi governatori aveva organizzato l'uccisione del re
Dagoberto II - gli era stata conficcata una lancia in mezzo agli occhi mentre
dormiva - per spalancare l'ascesa al trono al suo casato, che da lì a breve si
era imposto nella dinastia dei Carolingi.
Sigisberto, il figlio di Dagoberto, all'uccisione del padre era scappato verso
sud, raggiungendo il territorio della Linguadoca, ereditando il titolo di duca
di Razés e di conte di Reda dallo zio. Reda è un altro nome di Rennes-le-
Chàteau (all'epoca grande come una città), mentre Razés era il nome del territorio
(o, meglio, contea) dove stava la città di Rennes. Tre secoli dopo questi
fatti, un altro discendente di Dagoberto, Goffredo di Buglione, sarà il condottiero
principe della prima crociata, quella che condusse alla liberazione di
Gerusalemme dai musulmani.
Sembra strana l'ambizione di restaurare sul prestigioso trono di Francia una
dinastia reggente nota come quella dei “re fannulloni”. A chi poteva interessare?
Un po' come se oggi ci fossero forze che tentassero di riportare sul trono
d'Inghilterra le dinastie dei Tudor o degli Stuart. Ma, soprattutto: che misterioso
collegamento ci potrà mai essere fra questa storia di re decaduti e il
“tesoro” che aveva fatto di Saunière un uomo ricchissimo? Andando avanti
nelle sue ricerche, Lincoln si ritrovò sempre più immerso in un incredibile labirinto
di voci e misteri.
Tanto per cominciare, Gérard de Sède, mentre stava predisponendo la redazione
del programma televisivo, gli aveva rivelato che la tomba raffigurata
nella tela di Poussin era stata ritrovata. Si trovava in una località detta Arques,
a pochi chilometri di Rennes-le-Chàteau. La tomba apparteneva al castello
di Arques ed era in effetti la perfetta copia di quella dipinta dal Poussin.
La prima linea verticale della iscrizione tombale di Marie de Blanchefort
dice «E in Are». La scritta centrale dice: «Nella reale Reddis nelle segrete
della fortezza». Uno strano cerchietto circonda le lettere P.S., partendo prima
della P compie un ghirigoro fino a fermarsi prima della S. La lettera davanti
alla P è una O, quella davanti alla S è una R. O ed R insieme
fanno “or”, vale a dire “oro”, in francese. Dunque, il
messaggio sembra suggerire che l'oro
si trovi nelle segrete della fortezza della reale Reddis. Perché “reale”? Perché
è associata alla linea dinastica dei sovrani merovingi...
Così incominciamo a scoprire perché il messaggio in codice siglato sulla
pergamena dice che Poussin conservava la chiave del mistero; era infatti a
questo dipinto che faceva riferimento. Ma nel messaggio era citato anche un
altro pittore, Teniers, un fiammingo coevo di Poussin. Lincoln scoprì che
esiste una copia del quadro di Poussin I pastori di Arcadia conservata a
Shugborough Hall, nello Staffordshire, un bassorilievo che ne è l'esatta immagine
allo specchio. Ma nella stessa galleria si trova anche una Tentazione
di sant'Antonio di Teniers, uno dei soggetti favoriti di questo artista. Questo
però era diverso: il santo era raffigurato in meditazione, non sottoposto alla
tentazione. Nello sfondo si scorge una pastorella. «Pastorella, non tentazione,
che Poussin e Teniers tengono la chiave...». Shugborough Hall è la sede
dei conti di Lichfield, teatro di una intensa attività massonica nel XVII secolo.
Nel 1715 uno dei conti aveva aiutato un cugino a fuggire dalla prigione
di Newgate, l'uomo si chiamava Charles Radclyffe e compare nella lista dei
grandi maestri del Priorato di Sion, così come citata nei Dossier segreti.
L'accusa per la quale Radclyffe era stato incarcerato è per noi piuttosto significativa:
sostenere il vecchio pretendente al trono d'Inghilterra.
Radclyffe era diventato segretario del nuovo pretendente in Francia - e quasi
certamente grande maestro del Priorato di Sion - ed era stato giustiziato dopo
Culloden nel 1746. Insomma c'erano ottimi motivi per immaginare che il
mistero di Rennes-le-Chàteau potesse in qualche modo trovare spiegazione
a Shugborough Hall. Peccato però che anche Lincoln non era stato in grado
di farlo.
Ma in che cosa consiste il tesoro di Rennes-le-Chàteau? La prima, ovvia, risposta
è che si tratta del tesoro templare di Bezu, quello che il re Filippo il
Bello non era riuscito a scovare. E l'ipotesi non è per nulla peregrina. C'è
un'ulteriore indicazione racchiusa nella pergamena in codice contenente il testo
più lungo. Nel bel mezzo del messaggio si notano dodici lettere scritte più
in alto delle altre. Prima di dare il via al processo di decodifica queste lettere
non vanno tenute in conto. In compenso, se ne trovano altre otto che sembrano
cadere a caso lungo il testo e dalle quali si ricava Rex mundi, vale a dire
Re del mondo. Questo mette in collegamento il messaggio segreto con la setta
religiosa dei Catari, che può essere intesa come una forma primitiva di protestantesimo.
I catari, “purissimi”, erano tenutari di un credo che risaliva
molto indietro nel tempo, alla setta dei manichei, i quali sostenevano che tutto
ciò che nel mondo è materiale è negativo, demoniaco; mentre tutto ciò che
ha a che fare con lo spirito è buono, positivo. Credevano che il mondo non
fosse stato creato da Dio, ma da un demiurgo o demone, il vero re del mondo.
Anche se accettavano l'idea di salvezza per il tramite di Cristo, non credevano
che fosse morto in croce. Questa setta di puritani ante litteram era diventata
così potente nella Linguadoca - la regione dove si trova Rennes-le-
Chàteau - da indurre il papato a scatenare una crociata. Nel 1209 un'armata
sostenuta dal papa aveva invaso la Linguadoca e massacrato
migliaia di catari. Il colpo di grazia venne inferto nel 1244,
quando la setta si era ritirata per
un estremo tentativo di resistenza a Montségur, una roccaforte situata sulla
cima di un monte. Dopo dieci mesi di ininterrotto assedio, i catari erano stati
costretti ad arrendersi, con la promessa che chi avesse rinnegato il proprio
credo sarebbe stato lasciato libero; mentre quelli che si fossero opposti sarebbero
stati arsi vivi sul rogo. Tempo per meditare una decisione: due settimane.
Scaduto l'ultimatum, circa duecento catari erano stati bruciati vivi sulla
pubblica piazza su un'immensa pira. Ma in quelle due settimane quattro
uomini erano scappati portandosi dietro il “tesoro” della setta; due mesi dopo
altri due affiliati erano scappati con il resto del tesoro. Nessuno era mai
stato intercettato.
Il tesoro di Saunière avrebbe dunque potuto essere quello trafugato dai catari
a Montségur. C'è però da dire che non doveva essere molto sostanzioso,
dopo tutto, sei soli uomini costretti a scappare scendendo da una montagna
non avrebbero certo potuto portarsi dietro chissà quali quantità di oro o argento.
Diverso, se invece di questo genere di tesori avessero trafugato qualcos'altro,
come, per esempio, gli oggetti sacri del catarismo. Se siamo nel
giusto, di che cosa avrebbe potuto trattarsi?
Per offrire a chi legge un'informazione completa è doveroso dire che nella
zona si favoleggiava della presenza di un altro tesoro, quello dei Visigoti
(Goti d'Occidente), i barbari teutonici che avevano contribuito grandemente
con le loro invasioni continue alla caduta dell'Impero Romano. Al tempo di
Dagoberto, la città di Rennes-le-Chàteau era un bastione visigoto e lo stesso
Dagoberto aveva sposato una principessa barbara. Nel corso della loro trionfante
galoppata per tutta l'Europa, i Visigoti avevano avuto modo di accumulare
una grande quantità di tesori, fra cui anche alcuni pezzi provenienti
dal Tempio di Gerusalemme, sottratti dopo che l'imperatore romano Tito
aveva fatto cadere Gerusalemme nel 69 d.C. La maggior parte di questo tesoro
non venne mai recuperato.
Ma, stando a quanto Henry Lincoln era venuto a sapere a proposito del Priorato
di Sion, quello di cui si parlava nei Dossier segreti non era un tesoro materiale,
quanto piuttosto qualcosa di ben diverso. La traccia da seguire conduceva
lungo una via del tutto differente. Dopo il suo primo programma televisivo
dedicato al mistero di Rennes-le-Chàteau (ne seguirono altri due),
Lincoln scrive di aver ricevuto una singolare lettera da parte di un prete anglicano,
nella quale si precisa che senz'altro il tesoro non consisteva né in oro
né in pietre preziose. Consisteva invece in una «prova inconfutabile e incontrovertibile»
attestante che la crocifissione era una frode e che Gesù nel 45
d.C. era ancora vivo. (Gli storici datano la sua morte all'anno 33 della nostra
era). Lincoln si era incontrato col prelato, il quale si era rifiutato di entrare
nei dettagli. Aveva però ammesso di aver ricevuto quelle preziose informazioni
da uno studioso anglicano di nome Canon Alfred Leslie Lilley. Questi
aveva sempre mantenuto ottimi contatti con gli studiosi cattolici di Saint Sulpice
e conosceva molto bene Emile Hoffet, il sacerdote che aveva introdotto
Saunière a Debussy e a tutti gli altri esoteristi.
Poco alla volta il “grande segreto” del Priorato di Sion
incominciava a essere svelato. Il vero fondatore della
dinastia dei Merovingi non era stato il
leggendario re Meroveo (o Meroée), ma Gesù in persona, ed era per questo
che i discendenti dei Merovingi accampavano il loro diritto alla regalità della
Francia. Durante la sua inchiesta, Lincoln si era imbattuto a più riprese col
Santo Graal o “Sangreal”. Secondo un'antica leggenda esso apparteneva ai
Templari; secondo un'altra avrebbe fatto parte del tesoro trafugato dai pochi
catari fuggitivi che avevano segretamente lasciato la rocca di Montségur. Ma
“sang real” significa “sangue reale”. Stando alla tradizione, il Graal era la
coppa dove Gesù aveva bevuto durante l'Ultima Cena, e le numerose leggende
legate a Glastonbury affermano venisse preso e custodito da Giuseppe
di Arimatea. In due Vangeli, Gesù viene presentato come un discendente di re
Davide, quindi erede di sangue reale. Le parole “Re dei Giudei” poste sul
cartiglio sulla sommità della croce, si ritiene componessero una scritta sarcastica,
invece rispondeva a ciò che la maggior parte dei seguaci di Cristo continuavano
a ripetere.
Ma è stato solo nello straordinario libro Il Santo Graal (1982) che Lincoln
- insieme ai coautori Michael Baigent e Richard Leigh - ha rivelato infine la
incredibile teoria, ricavata mettendo insieme tutte le sue ricerche. Ad essere
sinceri, è molto difficile riuscire a distinguere fino a che punto il libro è frutto
della immaginazione di Lincoln, oppure fino a che punto si basa su informazioni
tipo quelle da lui ricevute da Gérard de Sède o da M. Pierre Plantard
di Saint-Clair, che si proclama diretto discendente di Dagoberto II, e primo
pretendente legittimo del lignaggio merovingio al trono della moderna Francia;
tuttavia l'ipotesi prospettata è a dir poco sconvolgente. Eccola. Gesù non
è morto in croce: la spugna che gli era stata accostata alle labbra era imbevuta
di una potentissima droga. Gesù era morto nel giro di poche ore, mentre
la media dei crocifissi resisteva giorni, se non addirittura settimane. La
sua morte era stata accelerata dalla rottura delle gambe, un atto di umana
pietà che sollevava il crocifisso dal doversi sorreggere con i piedi inchiodati,
assicurando un repentino soffocamento non appena il peso del corpo doveva
essere sostenuto soltanto più dalle braccia distese. La spugna drogata
gli era stata offerta al momento opportuno. Secondo Lincoln e colleghi, Gesù
era sposato, quasi certamente con Maria Maddalena, da identificarsi con
quella stessa Maria, sorella di Lazzaro, resuscitato dalla morte. Quindi aveva
lasciato la Palestina ed era approdato in Linguadoca, anche se non è da
escludere che morisse nell'assedio della rocca di Masada del 74 d.C. Pertanto
la tomba sul colle dipinta da Poussin poteva per davvero essere quella di
Cristo.
Che questa storia sconvolgente sia o meno sorretta da certezze storiche è
senza dubbio a questa corrente di pensiero che si allineavano il credo del
Priorato di Sion e lo stesso Saunière. Il lettore ricorderà come avesse fatto costruire
una torre per conservare tutti i suoi libri, chiamandola torre di Magdala
(nome del villaggio da dove proveniva la Maddalena). Poi aveva chiamato
la sua villa Betania, da Betania appunto, il paese natio dell'altra Maria,
lo stesso in cui due dei suoi discepoli si erano procurati l'asino in groppa del
quale Gesù aveva fatto il suo ingresso a Gerusalemme. Secondo Lincoln, uno
dei due era Lazzaro e anche questa sceneggiata rientrava nel complesso piano
di finzioni che sarebbero culminate nella crocifissione e nella morte fasulle.
A proposito del pittore Nicolas Poussin c'è da osservare un fatto interessante.
Nel 1656 Nicolas Fouquet, ministro delle Finanze del re di Francia Luigi
XIV, inviò suo fratello più giovane, Louis, a Roma per una missione segreta,
con l'incarico fra l'altro di incontrare anche Poussin. Il 17 aprile, Louis scrive
al fratello comunicandogli la “grande gioia” manifestata dal pittore per la
missiva che gli aveva consegnato a suo nome. E prosegue dicendo:
Egli ed io abbiamo programmato alcune cose di cui sarò in grado di informarvi completamente
fra breve; cose che vi consentiranno, per il tramite del signor Poussin, di guadagnare
grandi vantaggi che persino i re avrebbero grosse difficoltà a ottenere da lui e
che, stando alla sua parola, nessuno al mondo per i secoli a venire avrebbe mai potuto
scoprire; ed invece sarebbero stati conquistati senza alcuna fatica e con grande profitto;
e si tratta di questioni così intricate e difficili da investigare che nessun'altro al mondo in
questo tempo potrebbe meritarsi una maggiore fortuna ma neppure una eguale...
Il commento relativo ai «grandi vantaggi che persino i re avrebbero grosse
difficoltà ad ottenere da lui» è un chiaro riferimento a Luigi XIV. Sembra che
Fouquet sia coinvolto in qualche misterioso complotto alle spalle del suo sovrano.
Cinque anni dopo, Fouquet venne arrestato con vaghe incriminazioni
relative ad appropriazioni indebite e condannato al carcere a vita. (Secondo
alcuni era lui il celeberrimo uomo dalla maschera di ferro). Da parte sua Luigi
XIV faticò non poco per ottenere il quadro I pastori di Arcadia - scolpito
sulla tomba dello stesso Poussin - ma ciò malgrado non lo esibì mai, tenendolo
sempre nascosto nei suoi appartamenti privati.
Fatte tutte queste premesse, proviamo adesso a tratteggiare nelle sue linee
essenziali questa storia incredibile. Essa inizia con la crocifissione simulata e
la susseguente “resurrezione” di Cristo, con lo scopo di dare origine a una fede
e al consolidamento del verbo cristiano. Vero o falso che sia, siamo invitati
a credere che la dinastia dei Merovingi discenda comunque in linea diretta
da Gesù.
Quando il povero Dagoberto era stato assassinato, la Chiesa aveva benedetto
l'operazione e Pipino il Breve, primo dei Carolingi, aveva abbondantemente
ripagato la compiacenza papale scendendo in Italia con un esercito per
sconfiggere i Longobardi, acerrimi nemici del pontefice, confiscandone beni
e territori per farne donazione al vicario di Cristo, costituendo così una forte
base per il futuro stato pontificio. Da quel momento i Merovingi divennero il
nemico numero uno della Chiesa romana. Contemporaneamente si era configurato
il Priorato di Sion, il cui scopo era quello di restaurare sul trono di
Francia la discendenza reietta. Il Priorato possedeva nel suo tesoro alcuni oggetti
di grande valore, forse anche il Graal, ma anche qualche prova “inconfutabile”
dell'autentica discendenza dei Merovingi dalla linea di sangue di
Gesù. La parola d'ordine era probabilmente il motto “Et in Arcadia Ego”.
Nel XII secolo i Templari erano diventati l'ordine cavalleresco del Priorato -
cosa che contemplava la conoscenza del mistero della finta crocifissione - un
segreto, teniamolo bene a mente, il cui disvelamento avrebbe
provocato la disintegrazione sin dalle fondamenta del
cristianesimo e della Chiesa cattolica,
che si basava sul concetto di resurrezione. Niente crocifissione, niente resurrezione,
niente Chiesa...
Gli aspetti più strani delle accuse mosse contro i Templari furono la blasfemia
e l'adorazione del diavolo. Ma se l'Ordine possedeva queste conoscenze,
evidentemente era pericoloso, sia per la Chiesa che per lo stato (nella
fattispecie, i sovrani di Francia). Esistono non poche prove attestanti
un'alleanza fra Templari e catari. Questi ultimi donarono molti territori ai
Templari e Bertrand de Blanchefort, quarto Grande Maestro dell'Ordine,
proveniva proprio da una famiglia catara. I suoi discendenti lottarono al
fianco dei catari della Linguadoca contro l'esercito papale inviato per distruggere
l'idea catara.
A partire dal XVI secolo la schiatta merovingia cominciò a essere rappresentata
dalla casa di Lorena (poi Asburgo-Lorena, così che gli Asburgo vantavano
a ragione anche sangue merovingio). Eliminare dal novero dei pretendenti
la potentissima casa dei Valois non era stata certo un'impresa facile,
ma quando alla fine il casato di Lorena ce l'aveva fatta si era così prosciugato
nei mezzi e nei pretendenti da non riuscire neppure più a proporre un candidato
credibile e potente. Quando Luigi XIII era morto, c'era stato un tentativo
di golpe per impedire l'ascesa al trono di Luigi XIV che era fallito miseramente.
(Il lettore che intenda studiare gli aspetti storici con un dettaglio
maggiore deve assolutamente leggere in versione integrale il libro di Lincoln
che stiamo qui riassumendo).
La storia dell'improvviso ribaltone di Fouquet induce a ritenere che egli volesse
profittare del segreto del Priorato di Sion per eliminare il re. Non è ben
chiaro in che modo Poussin fosse immischiato nella faccenda, ma è più che
probabile che fosse un membro del Priorato e come tale gli fosse stato chiesto
di immortalare in codice il segreto più grande - quello della “prova inconfutabile”,
se non addirittura il Graal - nel quadro che egli intitolò I pastori
di Arcadia. Secondo Lincoln, il dipinto racchiude alcuni principi di geometria
sacra, fra cui un “pentagramma”, tramite il quale sarebbe possibile
scovare il famoso tesoro. Il morboso interesse di re Luigi nei confronti dell'opera
non può che giustificarsi con la sua speranza di riuscire a trovare la
chiave interpretativa.
Dando ancora seguito ai Dossier segreti, durante i primi anni di regno di
Luigi, Grande Maestro del Priorato era un ministro tedesco che si chiamava
Johann Valentin Andreae, particolare che introduce un'ulteriore, intrigante,
complicazione. Andreae era infatti ritenuto l'autorevole autore di un libricino
intitolato La fama fraternitas del meritevole Ordine della Rosa Croce, pubblicato
nel 1614. Si narrava di un asceta di nome Christian Rosenkreuz, vissuto
fino a centosei anni, che aveva dedicato tutta la sua vita allo studio dell'occultismo
ed aveva fondato un ordine segreto detto della Fratellanza della
Rosacroce o, più semplicemente, Rosacroce. Per circa centoventi anni il suo
corpo era rimasto sepolto in una tomba segreta, rischiarata da candele dalla
luce eterna, finché era stato riportato alla luce da un confratello. Ora, chiunque
avesse desiderato condividere il segreto della sua saggezza non avrebbe
dovuto fare altro che annunciarlo pubblicamente e sarebbe stato contattato da
qualche inviato della setta segreta per l'affiliazione... Molti erano usciti allo
scoperto manifestando questa volontà, ma (per quel che se ne sa) nessuno
venne mai davvero contattato. Poi erano usciti altri due lavori di stampo rosacrociano
e un terzo ancora, dal titolo Il matrimonio alchemico di Christian
Rosenkreuz, venne dagli studiosi attribuito alla penna di Andreae. Nel corso
dei secoli, il movimento dei Rosacroce ha esercitato una forte e notevole influenza
sul modo di pensare di studiosi e occultisti. Lincoln sostiene
che Andreae sarebbe stato il Gran Maestro del Priorato di Sion
(questo circa ventanni
dopo l'uscita della Fama), cosa che indurrebbe a identificare il Priorato
dapprima con la stessa confraternita segreta dei Rosacroce, poi con le diverse
logge massoniche. Scrive Lincoln:
Ma fu solo nel XVIII secolo che la linea di sangue dei Merovingi arrivò al punto più vicino
per il compimento e il raggiungimento dei suoi obiettivi. In virtù degli intrecci matrimoniali
con gli Asburgo, la casa di Lorena aveva messo le mani sul trono d'Austria, il
Sacro Romano Impero. Quando Maria Antonietta, figlia di Francesco di Lorena, era diventata
regina di Francia, anche il trono francese sarebbe passato da lì a una o due generazioni
al massimo sotto il potere dinastico merovingio. Non fosse scoppiata (meglio dire
“intervenuta”) la Rivoluzione francese, la casa Asburgo-Lorena all'inizio dell'800 si
sarebbe trovata fra le mani le redini dell'intera Europa.
Ovviamente, con l'avvento della Rivoluzione questi sogni svanirono. E per
chissà quale ragione l'abate Antoine Bigou, il prete di Rennes-le-Chàteau
nonché confessore particolare della nobile famiglia dei Blanchefort (di cui un
antenato era stato Gran Maestro dei Templari) avvertì improvvisamente che
sia la sua persona che il mistero di Rennes-le-Chàteau erano fortemente minacciati.
Il perché non ci è noto; i sanculotti non ce l'avrebbero mai fatta a fare
piazza pulita di tutti i prelati di Francia. Probabilmente temeva di essere
tradito o di rischiare di esserlo. Ad ogni buon conto, aveva pensato di compilare
un messaggio segreto in codice su due pergamene da nascondere, assieme
con due alberi genealogici nobiliari, in una colonna visigota cava. Non
siamo a conoscenza di che cosa contenevano le due tavole dinastiche, ma forse
non andiamo tanto lontano dal vero nell'asserire si trattasse dell'albero genealogico
che da Cristo giungeva fino ai membri viventi del Priorato di Sion.
(Stando all'informatore di Lincoln, M. Plantard, l'ultimo pretendente merovingio,
questi preziosi documenti si troverebbero oggi nel caveau di una banca
londinese). Poi Bigou era volato in Spagna dove era morto.
Questo lo scenario quando, all'inizio del nuovo secolo, era
comparso Saunière con la scoperta delle pergamene segrete.
Da questo momento che era
dunque accaduto? Saunière era andato a Parigi e aveva incontrato l'unica
persona - Emile Hoffet - in grado di introdurlo al mistero del Priorato di
Sion. I membri del Priorato, che avevano forse perduto il contatto con il mistero
di Rennes-le-Chàteau da quando Bigou aveva occultato ogni cosa, furono
ben felici di accogliere il nuovo prelato della città. Saunière era così venuto
a conoscenza della simulata morte di Cristo sulla croce e della nascita
della dinastia da lui fondata, diventando un membro della congregazione occulta.
Dopo il breve soggiorno parigino, aveva fatto ritorno a casa,
forte delle nuove conoscenze che gli erano state trasmesse
- probabilmente da Debussy
in persona - convinto di scovare il tesoro. Le escursioni che aveva
compiuto nei dintorni, con la scusa di raccogliere del pietrame per erigere la
grotta di venerazione, facevano quasi certamente parte della ricerca. Poi era
stato premiato: rintracciato il tesoro era diventato un uomo ricco. Ma sappiamo
per certo che la maggior parte del denaro di cui disponeva Saunière gli
proveniva dagli Asburgo - tanto che a un certo momento era stato sospettato
e accusato di essere una spia al servizio dell'Austria - mentre il resto gli veniva
regolarmente riconosciuto dall'abate Henri Boudet, il curato della vicina
Rennes-les-Bains. Sempre Boudet riforniva di danaro anche il vescovo di
Carcassonne. Inutile sottolineare che anche questo prete poteva far parte del
Priorato di Sion.
Sul punto di morte, dopo essersi goduto il suo tesoro per quasi un quarto di
secolo, Saunière aveva letteralmente sconvolto il confessore che gli somministrava
gli estremi sacramenti, rivelandogli di non essere cristiano. Una rivelazione
tremenda, d'altra parte già confessata nelle opere di ristrutturazione
della chiesa, dove si vedeva il diavolo raffigurato nella porta (il Rex
mundi) - chi altri se non Asmodeo, il leggendario custode del tesoro di Salomone
- e alcuni stravaganti particolari nella tavola della crocifissione, dove
ai piedi della croce si poteva scorgere una sacca colma di danari. Sull'architrave
della porta Saunière aveva fatto scolpire le parole terribilis est
LOCUS ISTE, vale a dire: questo luogo è terribile. Si trattava di una frase tratta
da un canto propiziatorio intonato in occasione dell'inaugurazione di una
nuova chiesa, dove la parola “terribile” sta a significare “che ispira meraviglia”.
Una scelta quanto meno strana come motto per una nuova chiesa, se
solo si considera che il pellegrino un istante dopo si sarebbe imbattuto nel
“demone guardiano” della soglia d'ingresso, un diavolo che sorreggeva l'acquasantiera.
Lincoln sembra propenso a credere che la ricchezza di Saunière gli arrivasse
dal suo collegamento con il Priorato di Sion; ma alcuni altri autori non sono
d'accordo. Per esempio, Brian Innes, autore nel 1980 di una serie di quattro
articoli sull'enigma di Rennes-le-Chàteau comparsi sulla rivista di misteri
«The Unexplained» evidenzia come nella zona venisse sovente trovato dell'oro.
Nel 1645 un giovane pastore di nome Ignace Paris era stato condannato
per furto, per essere stato trovato in possesso di monete d'oro che diceva
di aver trovato dopo essere casualmente caduto in una gola che nascondeva
l'accesso a una grotta piena zeppa di tesori. Innes ricordava, poi, il ritrovamento
in tempi più recenti di una lastra dorata, del peso di oltre 25 kg, venuta
alla luce nei pressi del castello di Rennes-le-Chàteau, apparentemente ottenuta
dalla fusione di monete arabe (crociati) e la scoperta nel 1928 dei resti
di una statua d'oro venuti alla luce in un anfratto lungo la sponda del ruscello che scorre appena sotto il villaggio.
Nel loro libro The Holy Grail Revealed: The Real Secret of Rennes-le-Chàteau,
Patricia e Lionel Fanthorpe sostengono che Saunière rinvenne un vero
e proprio tesoro e non venne soltanto a capo di qualche
segreto misteriosofico. Sono d'accordo con Lincoln però sul
fatto che il prete avesse anche messo le mani su qualche
oggetto di potere, come per esempio il Santo Graal, in
grado di conferire ricchezza e benessere a chi lo possiede. Una sorta di “anello del potere”, quello descritto da Tolkien nella sua strabiliante saga Il Signore
degli anelli. In un punto del loro lavoro essi suggeriscono addirittura che
l'oggetto prodigioso potesse avere un'origine extraterrestre, con ciò mettendo
in stretto collegamento Rennes-le-Chàteau con le teorie di Erich von Dà-
niken sugli antichi astronauti.
Anche se non c'è una teoria che da sola riesca a dare ragione del mistero di
Rennes-le-Chàteau, fra tutti l'autore che sembra essersi avvicinato di più alla
soluzione sembra essere Lincoln. Per un lettore del nostro tempo, scoprire
che Gesù non è morto sulla croce, che si è sposato e ha dato il via a una dinastia
reale non è cosa, diciamo così, “terribile”. Se proviamo però a pensarla
trasferita di qualche secolo, possiamo immaginare come a Nicolas Poussin
e a Louis Fouquet abbia letteralmente fatto drizzare i capelli sulla testa, dal
momento che al pari di una bomba spirituale avrebbe potuto far “saltare” in
aria sedici secoli di cristianesimo, senza parlare del soglio papale. Lo stesso
dicasi anche per uomini come Saunière, per quanto vissuti alle soglie di un
incalzante, quanto disincantato e nuovo XX secolo.
A questo punto, viene quasi da chiederci: ma sarà poi un bene scavare fino
in fondo in questo sconvolgente segreto? Certo, nel novero delle possibilità,
non può essere che un bene. Forse gli adepti del Priorato di Sion sanno con
esattezza ciò che Saunière scoprì a Rennes-le-Chàteau nella tomba sulla
collina o nell'antica fortezza e non è da escludere che la tendenza della congrega
a farsi sempre più trasparente dinanzi all'opinione pubblica non arrivi
al punto di svelare il mistero una volta per tutte. Ma quand'anche questo
non dovesse accadere, la soluzione potrebbe ancora trovarsi nel messaggio
conservato nella seconda pergamena, risolvendo il puzzle di Poussin e Teniers,
lavorando sulla decifrazione delle parole “pace 681” (data che potrebbe
riferirsi, per esempio, al 1799, visto che i Massoni Templari contano
gli anni a partire dal 1118), sul significato del cavallo di Dio, del demone
guardiano di mezzogiorno, delle mele blu. Ma chiunque abbia la sorte di venire
a capo del segreto, sappia per certa una cosa: che il tesoro è ormai perduto
per sempre.

Postscriptum.
La pubblicazione nel 1982 del libro Il Santo Graal suscitò un'enorme sensazione.
Di colpo, il piccolo villaggio di Rennes-le-Chàteau era diventato famoso.
D'estate, un flusso ininterrotto di torpedoni aveva incominciato a rovesciare
frotte di turisti e curiosi, alcuni guidati da Lincoln in persona.
Nel frattempo, egli si era progressivamente convinto che una parte del mistero
si nascondeva nel paesaggio stesso.
Esaminando il codice emerso nella pergamena, Lincoln aveva annotato una
frase: «Poussin tiene la chiave...» e, come si è visto, la vera tomba, concreta
e reale, che il pittore aveva raffigurato nella sua tela era
stata rintracciata pròprio nelle vicinanze, nel paese di
Arques. Una rassomiglianza totale, anche
senza le scritte in latino, persino nella pietra che nel quadro offre l'appoggio
al piede del pastore.
Lincoln non solo aveva osservato la presenza di un pentagramma in una delle
pergamene misteriose, ma aveva anche notato qualcosa di strano nella geometria
con cui Poussin aveva impostato il suo quadro. Lo aveva rivelato al
professor Christopher Comford, del Royal College of Art, e questi oltre ad
aver constatato la presenza di un pentagramma nell'opera di Poussin gli aveva
fatto notare come la struttura del dipinto si fondasse sulla sezione aurea,
una misura geometrica molto in uso nell'antichità. (Indicata anche con la lettera
greca qp. Si tratta del metodo di suddivisione in due segmenti di una linea,
secondo il criterio per cui la parte più corta sta alla più grande come questa
sta alla linea nella sua interezza: in termini numerici questo qp vale 1,618).
Ciò che fa della sezione aurea un elemento caratteristico è che, per qualche
arcano motivo, la natura ne fa ampio uso nel micro e macro cosmo, dalle conchiglie
a spirale alle galassie a vortice dell'universo. La troviamo nella geometria
di disposizione dei petali attorno al centro del fiore e anche nelle dimensioni
del corpo umano. Per la stessa misteriosa ragione, quando la sezione
aurea viene adottata nella cadenzatura di un quadro, la scena e l'insieme
risultano sempre particolarmente gradevoli, armonici e affascinanti.
Ora, il pentagramma è uno dei simboli magici più antichi. La ragione è da
ricercarsi nel fatto che era associato al pianeta Venere.
Se immaginiamo la Terra al centro dell'universo (così come gli antichi credevano
che fosse) diventa ovvio che si verificheranno dei momenti astrali in
cui ciascun pianeta sarà “eclissato” dal Sole, quando questo verrà a trovarsi
fra la Terra e il pianeta stesso. In un anno Mercurio sarà eclissato tre volte. Se
ci prendessimo la briga di unire i punti celesti in cui queste situazioni si verificano
otterremo un triangolo irregolare. A Marte la stessa cosa accadrebbe
quattro volte e la corrispondente figura sarebbe un rettangolo irregolare. Insomma,
tutti i pianeti darebbero delle geometrie irregolari, tranne Venere, da
cui si ricaverebbe un pentagramma perfetto e regolare, un pentacolo.
Leggendo un libro molto interessante dal titolo Da Atlantide alla Sfinge mi
sono convinto che l'astronomia è una scienza assai più antica di quanto siamo
normalmente inclini a credere. Vi sono prove che la portano indietro nel
tempo di almeno centomila anni, giù fino all'uomo di Neanderthal. Nel loro
lavoro dal titolo Il mulino di Amleto, George Santillana e
Hertha von Dechend hanno ampiamente dimostrato che la
precessione degli equinozi - vale
a dire il movimento apparente delle costellazioni sullo sfondo del Sole, dovuto
al lievissimo ondeggiamento dell'asse terrestre, che impiega circa ventiseimila
anni per compiere un ciclo completo - era nozione già ben conosciuta
dalle maggiori civiltà del mondo antico. Sembra un'affermazione azzardata,
se non assurda, perché comporta come minimo centinaia di anni di
precedenti osservazioni celesti; eppure i due autori si dicono assolutamente
certi di quanto sostengono.
Tornando al pentagramma inteso come simbolo di Venere, ecco spiegato il
perché della sua sacralità millenaria.
Ora Lincoln aveva scoperto il pentagramma nella geometria dei luoghi di
Rennes-le-Chàteau.
Osservando una cartina della regione, una cosa veniva subito all'occhio: tre
punti chiave - vale a dire Rennes, il castello templare di Bezu e il castello dei
Blanchefort - costituivano i tre vertici di un triangolo e tutti e tre i siti stavano
su una collina.
Tracciato il disegno del triangolo e misurate le distanze, Lincoln si era imbattuto
in una sorpresa. Era un triangolo isoscele perfetto, vale a dire con due
lati esattamente eguali. Tenuta Bezu come vertice, i due cateti che la univano
a Blanchefort e a Rennes-le-Chàteau avevano la stessa lunghezza.
Non poteva trattarsi di una casualità. Forse, chissà quando, qualcuno si era
reso conto che quei tre luoghi sulla cima delle colline originavano un triangolo
perfetto e ne aveva fatto la misteriosa sede di un grande segreto.
Con l'idea del pentagramma in testa, Lincoln si era dunque chiesto se, per
caso, nella zona non venissero fuori anche gli altri due punti per dare corpo
alla nuova figura. Ovviamente, dentro di sé, era convinto di chiedere un po'
troppo, ma...
Quando si era rimesso a consultare la mappa le altre due vette collinari gli
si erano subito presentate. Quella orientale si chiamava La Soulane, quella a
occidente Serre de Lauzet. Una volta uniti i cinque punti ne era venuto fuori
un perfetto pentacolo.
Un fatto davvero straordinario; ma le sorprese non erano ancora finite: al
centro del pentagono spiccava un altro punto, La Piqué.
Ad essere sinceri, anche se sulla mappa La Piqué sembrava essere proprio
al centro, in realtà si trovava spostata verso sud di almeno duecento metri rispetto
al baricentro reale. Ma c'era da aspettarselo: dopo tutto, non si trattava
di un paesaggio costruito dall'uomo, era già straordinario il fatto che La
Piqué cadesse proprio in quel punto.
Questo era il profondo segreto di base di Rennes-le-Chàteau: il luogo faceva
parte di un paesaggio sacro. Ecco perché quel posto era stato scelto dal re
merovingio Dagoberto come sua dimora (e perché il figlio Sigisberto si era
rifugiato lì dopo l'assassinio del padre). Il sangue reale dei Merovingi era intimamente
associato ad un paesaggio magico.
Ne conseguiva che la divinità alla quale in origine il tempio di Rennes-le-
Chàteau era consacrata era Venere e si spiegava anche come mai Maria Maddalena
- nel Medioevo sovente identificata con la dea della bellezza - era così
largamente venerata in quei territori.
Insomma, l'intera area geografica di Rennes-le-Chàteau era stata da sempre
considerata sacra per via della mirabile geometria, posta com'era al centro di
un potente pentagramma naturale.
Ciò assodato si capisce anche come mai nell'era del nascente cristianesimo
tutte le chiese della zona erano state innalzate conformemente a questo schema
geometrico sacro. Ed infatti, un acceso entusiasta, David Wood, studiata
a lungo la mappa dei luoghi, scoprì che tracciando un cerchio perfetto, questo
andava a toccare le cinque chiese compresa quella di Rennes-le-Chàteau
fra loro collegate dalla figura del pentacolo. Il libro di
Wood, Genesis, contiene alcune osservazioni estremamente
interessanti, che lo stesso Lincoln
nella sua introduzione al volume definisce importanti. Ciò che Lincoln proprio
non si sente di condividere - al pari, crediamo, di molti lettori - è l'ipotesi
ventilata da Wood come soluzione dell'enigma, che chiama in causa una
super razza extraterrestre approdata sul nostro pianeta circa 200.000 anni fa
dal sistema della stella Sirio, esseri poi trasformatisi nelle divinità dell'antico
Egitto. È evidente che speculazioni così fantasiose, per quanto intriganti e fascinose,
non sono dimostrate né dimostrabili.
Una delle incredibili constatazioni fatte dal perspicace Wood - condivisa da
Lincoln - è che la geometria dell'area di Rennes-le-Chàteau è incredibilmente
rapportata in miglia inglesi e non in chilometri. Lincoln, infatti, osserva
che effettivamente il chilometro è una misura imprecisa e priva di senso e che
il mondo intero farebbe meglio a adottare il miglio come unità di misura.
Altrettanto controverse sono le provocatorie riflessioni contenute nel libro
Alla ricerca del sepolcro del 1966 scritto da Richard Andrews
e Paul Schellenberger. Secondo le loro ipotesi e le loro ricostruzioni geometriche la tomba
di Gesù si troverebbe proprio ai piedi del monte che sovrasta Rennes-le-
Chàteau, dove il povero Saunière sarebbe stato assassinato. Un'ennesima trasmissione
televisiva della BBC dedicata alle tematiche dibattute nel libro sembrò
però dimostrare un cambiamento di rotta verso un atteggiamento ben più
rigido e scettico nei confronti del mistero di Rennes-le-Chàteau rispetto a
quello tenuto nelle tre trasmissioni condotte da Lincoln.
Al punto che uno degli obiettivi del programma era stato addirittura quello
di dimostrare che il Priorato di Sion e tutta la vicenda che ruotava attorno al
mistero di Rennes-le-Chàteau altro non erano che una colossale “bufala” ormai
giunta all'estremo e sul punto di esplodere. Ma si fosse anche dimostrato
che le pretese di Pierre Plantard, che reclamava di essere l'ultimo discendente
del re merovingio Dagoberto, erano infondate, c'era sempre il mistero
di Saunière e della sua improvvisa fortuna a sfidare ogni possibilità di smantellamento.
Ancora una volta: da dove era spuntato quel tesoro? Una risposta è pressoché
certa: non da una fortuna nascosta appartenente al Priorato di Sion, vale
a dire, dagli attuali discendenti dei Merovingi, la famiglia degli Asburgo
d'Austria. Andrews e Schellenberger (il cui libro costituisce un ottimo lavoro,
anche se arriva a conclusioni difficilmente condivisibili) dimostrano con
prove abbastanza credibili che l'abate Henri Boudet, il prete della vicina
Rennes-le-Bains, era il finanziatore di Saunière e, dopo la sua morte, aveva
consegnato la bellezza di tre milioni e mezzo di franchi francesi alla sua perpetua
Marie Denardaud e circa mezzo milione al vescovo Bellard, che aveva
nominato Saunière parroco di Rennes-le-Chàteau. Sembra più che evidente
che nel mistero sarebbero state coinvolte in segreto molte altre persone.
A proposito della figura di Pierre Plantard, l'uomo che sembra aver ragguagliato
Lincoln in merito alla decodificazione dell'arcano messaggio delle
pergamene, la polemica nei suoi confronti è stata avviata da due altri autori,
Lynn Picknett e Clive Prince con l'uscita del loro libro dal titolo La rivelazione
dei Templari. Plantard era diventato famoso nella Parigi occupata del
1942, come Grande Maestro di un Ordine semimassonico, detto Ordine degli
Alfa-Galati, i cui membri mostravano una “sensibile tolleranza” nei confronti
del nazismo e, in risposta, i nazisti sembravano accettarlo con altrettanta
simpatia. Ma in quel momento l'Ordine rientrava nel loro quadro. Uno dei
compiti primari assegnati a Himmler era infatti non solo quello di stabilire
senza possibilità di equivoco che la razza germanica aveva radicate origini
nei tempi antichissimi delle saghe nordiche, ma anche di dare vita a un moderno
ordine misteriosofico e mistico che affondasse le sue origini nella razza
ariana. Plantard, che i due appena citati autori presentano come «un tempo
disegnatore al servizio di una ditta di stufe, sempre alle prese con il grosso
problema di sbarcare il lunario e perennemente in lotta con il padrone di
casa per l'affitto», ad un tratto aveva mutato il nome in Pierre Plantard di
Saint-Clair, rivestendo qualche anno dopo un ruolo non trascurabile nel ritorno
al governo francese del generale De Gaulle nel 1958. Dal 1956 il Priorato
di Sion aveva frattanto incominciato a depositare “documenti ermetici” presso
gli archivi della Biblioteca Nazionale. L'ipotesi era che anche questo materiale
documentale avrebbe fatto parte del vasto piano d'inganno. Ma i libri
di Lincoln The Holy Place e Key to thè Sacred Pattern tendono a dimostrare
il contrario, vale a dire che non ci sarebbe alcun motivo per credere che il
Priorato di Sion sia una truffa o che Pierre Plantard non sia davvero chi sostiene
di essere.
D'altra parte, anche il rigido atteggiamento assunto dal programma televisivo
della BBC nei confronti del libro di Andrews e Schellenberger è pienamente
giustificato. Come abbiamo già ricordato, secondo loro Gesù sarebbe
stato sepolto ai piedi della montagna che domina Rennes-le-Chàteau. Messe
in risalto tutte le figure geometriche rintracciate nelle misteriose pergamene
di Saunière, essi le hanno utilizzate per localizzare la “tomba di Dio”. Aggiunta
la parola “sum” alla frase che già conosciamo “Et in Arcadia ego”, ottengono
un anagramma che suona così: «Io tocco la tomba di Dio, Gesù». Le
incomprensibili “mele blu” del testo del messaggio altro non starebbero a indicare
che grappoli d'uva, simbolo del corpo di Cristo. Quanto al “cavallo di
Dio”, lo intendono come un riferimento alla ferrovia a vapore, dal momento
che una parte fondamentale delle loro argomentazioni è dedicata appunto alla
linea ferroviaria costruita sul finire degli anni Settanta dell'Ottocento. Infine,
suggeriscono che Saunière e i suoi due seguaci preti sono stati assassinati,
per motivazioni che però non riescono bene a chiarire e che risultano
poco convincenti.
Un'altra possibilità - citata da Picknett e Prince - a proposito della tomba di
Gesù è quella che la vede proprio sotto la proiezione verticale dei bagni pubblici
di Rennes-le-Chàteau.
Uno degli argomenti forti di Lincoln resta comunque il difficile argomento
della vera misurazione della Terra. Egli cita un testo rimarchevole dal titolo
Historical Metrology (1953) scritto da un ingegnere di nome A.
E. Berriman,
un libro che è un tesoro di conoscenze che spaziano dall'antico Egitto, Babilonia,
Sumer, Cina, India, Persia e molte altre civiltà e culture. Il libro inizia
con questo interrogativo: «Nell'antichità, il nostro pianeta è stato misurato?»,
e parte per dimostrare di sì. Berriman sostiene che le antiche unità di peso e
misura sono nate proprio a seguito delle operazione di misurazione del pianeta,
cosa che ovviamente presuppone che i popoli antichi già l'avevano misurata.
Non c'è dubbio che il libro di Berriman dovette sconvolgere i suoi contemporanei
come opera del tutto stravagante. Egli afferma che una misura rappresentava
una frazione infinitesima della circonferenza terrestre, che la misura
di un'area (acro) si basava sulla decima parte del quadrato del raggio terrestre
e che certe unità di peso si fondavano come riferimento sulla densità
dell'acqua e dell'oro. Leggendo il suo libro, sembra di intuire che Berriman
ipotizzi l'esistenza di una antica civiltà, scomparsa senza lasciare alcuna traccia,
salvo la memoria di queste antiche unità di misura.
In definitiva, una delle operazioni più interessanti che Lincoln è riuscito a
svolgere in modo brillante nel corso degli oltre trent'anni della sua ricerca su
Rennes-le-Chàteau è stato dimostrare l'esistenza di una antichissima arte di
misurazione del pianeta. Sin dai tempi medievali, come si sa, la scienza era
un appannaggio esclusivo della Chiesa, ma è anche plausibile pensare ad un
coinvolgimento dell'Ordine dei Templari, che Lincoln tende a credere concepito
molto indietro nel tempo, addirittura nell'era megalitica.
Berriman sembra condividere questo stesso concetto nel suo libro. A suo dire
le prime misurazioni hanno natura geodetica, ossia sono derivate dalle dimensioni
della Terra.
Uno degli argomenti più affascinanti viene sviluppato sin dal primo capitolo.
Berriman osserva che sebbene i Greci non fossero riusciti a misurare le dimensioni
terrestri, il valore della circonferenza al polo viene precisamente indicato
in 216.000 stadi greci o stadia. Uno stadio greco vale 600 piedi greci,
con il piede greco più lungo di 0,15 cm di quello inglese. Volendo sapere
quanti stadi greci sono contenuti nell'arco di un grado della circonferenza
terrestre, dobbiamo dividere il valore di 216.000 per i 360 gradi di un cerchio.
Guarda caso, il risultato segna 600: lo stesso del numero di piedi contenuti
in uno stadio. A questo punto, se dividiamo per 60 - per ottenere il numero
di stadi compresi in un minuto di circonferenza - otteniamo 10 stadi.
E se volessimo procedere ulteriormente, dividendo ancora per 60, al fine di
trovare il numero di piedi greci contenuti in un secondo di circonferenza terrestre,
ciò che otteniamo è un bel 100 tondo.
Difficile che tutto questo scaturisca dal caos o dalla casualità. Le distanze
non si regolano mai in valori perfetti. Ne consegue che: a) i Greci ereditarono
la misura dello stadio da qualcun altro e b) che quel qualcun altro conosceva
assai bene le dimensioni del nostro pianeta.
Il libro di Berriman è pieno di notizie curiose, come, per esempio, quella
delle mastodontiche dimensioni dei bagni pubblici della favolosa, perduta
città di Mohenjo Darò nella valle dell'indo.
In merito alla “connessione inglese”, Lincoln propone una osservazione divertente
ma affascinante. Quando la sua ricerca su Rennes-le-Chàteau era appena
partita, Lincoln era andato alla Biblioteca Nazionale accompagnato da
Gérard de Sède. Questi aveva chiesto di consultare un testo intitolato Le
vraie langue celtique dell'abate Henri Boudet, il quale, come abbiamo più
volte ricordato, era il parroco della vicina Rennes-les-Bains ed amico intimo
di Saunière.
Lincoln si era fatto consegnare il libro che aveva letto con avidità, trovandolo
affascinante e strambo allo stesso tempo. Boudet sosteneva che l'antica,
primitiva lingua dell'uomo, dopo l'episodio della confusione degli idiomi
della Torre di Babele era stato l'inglese o, per meglio dire, il celtico. Lincoln
etichetta questa sezione del libro come «scemenze linguistiche». E poiché
Boudet era noto come uomo intelligente e ironico forse stava semplicemente
scherzando, tanto è vero che la restante parte del volume era di tutt'altro tenore.
Fra i tanti temi, Boudet affronta il problema delle complesse strutture
megalitiche della zona. Il sottotitolo del libro è Il cromlech di Rennes-les-
Bains: un cromlech è una struttura megalitica costituita da grandi pietre verticali
su cui poggiano lastroni orizzontali.
Leggendo, si ha l'impressione che lo scopo di Boudet sia quello di ammantare
di mistero l'area, richiamandone un'antichità perduta nella notte dei tempi.
Lincoln è propenso però a credere che egli miri ancora ad altro, ossia a segnalare
che la vera chiave per districare questo mistero giaccia nella tradizione
inglese, soprattutto per quanto concerne le unità di misura, in specie il
miglio; dando ad intendere che come la lingua inglese è stata la prima dell'umanità,
così il miglio lo è stato per le unità di misura.
Ciò detto, proviamo, in ultima analisi, a sintetizzare per quanto possibile ciò
che abbiamo riportato in questa parte finale di capitolo.
L'area geografica e paesaggistica di Rennes-le-Chàteau si presenta come un
gigantesco sito sacro focalizzato su di una forma pentacolare naturalmente
costituitasi. Secondo Lincoln la zona venne ritenuta sacra per oltre un millennio,
per via del grande “tempio” - consistente in un insieme di chiese, castelli
e villaggi - certamente innalzato come minimo un migliaio di anni or
sono.
Ma la singolare struttura a pentacolo dei monti della zona è percepibile soltanto
dall'alto o se si possiede una dettagliata carta geografica. Si sa che mille
anni fa non esistevano mappe simili che non fossero portolani, le carte usate
dai marinai per andare da un porto all'altro. Eppure, come vedremo più
avanti, nel capitolo dedicato alle antiche mappe dei re del mare, il professor
Charles Hapgood ritiene invece che alcuni fra questi portolani siano antichissimi,
risalendo addirittura a un'epoca in cui il ghiaccio non ricopriva ancora
l'Antartide, vale a dire almeno 5000 anni or sono se non ancora prima.
Le conclusioni cui giunge A. E. Berriman a proposito dell'unità di misura
nota come lo stadio greco puntano nella stessa direzione. Se gli antichi Greci
- ancora prima di Eratostene, nel 200 a.C. - non conoscevano le dimensioni
della Terra, come si può spiegare che lo stadio greco era un perfetto sottomultiplo
della circonferenza polare terrestre? Semplice: perché qualcuno le
dimensioni le conosceva. Questo “qualcuno” potevano essere gli Egiziani,
oppure i Sumeri, la cui civiltà data almeno a 4000 anni prima di Cristo. Ma
in quest'epoca, per quanto bravi, né gli uni né gli altri possedevano la capacità
e la strumentazione per “prendere le misure” al nostro pianeta in modo
tanto preciso. Ergo, le dimensioni della Terra erano state forse rilevate da
qualche altra civiltà, ancora precedente a quella egizia e sumera? Nel nostro
libro intitolato The Atlantis Blueprint, Rand Flern-Ath ed io proponiamo l'ipotesi
che l'attuale Antartide fosse Atlantide, scenario di una gloriosa civiltà
- così come scrive Platone - fiorita nel 10.500 a.C.
Ma anche se, come suggerisce Hapgood, all'epoca esisteva una grande civiltà
marinara diffusa un po' in tutto il mondo, sarebbe stato egualmente impossibile
riuscire a misurare la circonferenza polare terrestre se non si fosse
potuto contare, per lo meno, sulla precisione degli strumenti disponibili al
tempo di Eratostene. (Vedi il già citato capitolo sui re del mare).
Uno che non esita a dire che la Terra anticamente venne misurata da qualche
astronave parcheggiata nella nostra atmosfera, è il ricercatore e scrittore
Erich von Dàniken. Ipotesi accattivante. Rand Flem-Ath ed io, invece, siamo
più inclini a immaginare una soluzione diversa, ossia che la civiltà avanzata
sia un prodotto che l'umanità acquisì in tempi ben più antichi di quanto siamo
normalmente propensi a credere.
Se questa è la verità, allora il mistero di Rennes-le-Chàteau potrebbe essere
ancora precedente al tempo dei Cavalieri Templari e dei Merovingi, affondando
le sue origini in qualche lontanissimo e remoto periodo preistorico.
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FINE Parte 4.